Hikikomori - (20/12/16)


CANALE:
Teatro dell’Orologio 15 dicembre 2016
HIKIKOMORI
drammaturgia Katia Ippaso e Marco Andreoli
regia Arturo Armone Caruso
con Luisa Marzotto, Giulio Pranno, Aldo De Martino
scenografia Fabio Vitale
costumi Roberto Conforti

produzione Ariel Produzioni
in collaborazione con Officinema
www.officinema.com

L'Hikikomori del titolo è Il Figlio, un adolescente problematico che vive con dolore il sistema autoritario e repressivo messo in piedi dal Padre. La Madre è l'unica persona che entra in contatto con lui. Tra di loro, un combattimento feroce e struggente, in cui si alternano momenti di autentica violenza e momenti di abbandono radioso. Il Nonno, infine, è un fantasma che viene a far visita al Figlio. In quella stanza tanti anni fa anche lui fu rinchiuso.

SINOSSI  Un uomo. Una donna. Una coppia. Una stanza. Un mese. Dicembre. Una notte. Quella di Natale.
La neve che tutto ricopre e tutto cancella. L'alba che coglie d'anticipo il buio, svela i desideri osceni, consuma i pensieri, stravolge gli animi, conduce al logoramento. Eccoli. Gli sposi ribelli. Gli amanti stremati. Eccoli. Il superstite e il boia. L'incontro degli opposti. Nulla li soddisfa. Nulla li sazia.
Ma dove si scappa mentre ci si viene incontro?

BIOGRAFIA
Arturo Armone Caruso, regista e attore napoletano che da una trentina d'anni traghetta a Parigi voci, testi e autori della scena italiana (ha messo in scena Moscato e Ruccello) incontra innanzitutto due autori, Katia Ippaso e Marco Andreoli, e un'interprete Luisa Marzotto. Ed è subito un ritrovarsi.

NOTE DI REGIA
Hikikomori è il nome che si dà ad un fenomeno diffuso nel Giappone contemporaneo: la volontaria autoreclusione degli adolescenti che smettono di andare a scuola e si ritirano nelle loro stanze, dialogando solo con il video e a volte neanche con quello. Molti si lasciano morire. Rivisitazione contemporanea della Metamorfosi di Franz Kafka, Hikikomori di Marco Andreoli e Katia Ippaso è un dramma a porte chiuse che racconta la pressione di una società, la nostra, in cui i figli esprimono in forma drammatica, estrema, il loro disagio.
Di cosa sono fatte realmente le pareti sottili, come la carta di riso delle case giapponesi, dietro le quali si è rinchiuso il Figlio? E la camera, il luogo stesso in cui egli vive recluso che cos'è? Un luogo di confinamento, di internamento, un sacrario che custodisce un terribile segreto di famiglia, un'isola del possibile, un luogo di gestazione, un laboratorio dell'oltreumano? Oppure semplicemente una tana, un rifugio, un ventre materno, meta impossibile di un ritorno allo stato prenatale?
Dagli arredi, dagli oggetti, dalle pareti della stanza del Figlio scaturisce uno scintillio. Lampi, fiotti, rivoli di luce e di parole rivelano in trasparenza la piaga pulsante, la patologia della famiglia e del tessuto sociale che la contiene. "Le parole bruciano" dice Il Figlio Hikikomori. Le parole fanno male, scottano. Le parole si dissolvono in cenere. Tutte le parole. Le parole che scherniscono, che comandano, che separano, che abbandonano, anche quelle che amano.
Nello spettacolo, così come nel testo, non c'è un giudizio né sulla famiglia, né sulla scuola, né tanto meno sulle scelte drammatiche dell'adolescente ma solo l'urgenza di formulare delle domande. Paure, desideri, affetti negati, figure genitoriali sfocate illuminano semplicemente un possibile cammino che consenta di districarsi, di uscire dalla palude dei fraintendimenti affettivi e sociali per attingere a un modo di raccontarsi capace di ricreare i presupposti dell'incontro.
Il nostro intento è di interrogare la figura del Figlio Hikikomori per formulare delle domande, condividerle. Per arrivare a pensare, a immaginare, a sentire la nostra condizione "adulta" solo come una forma ancora incompiuta, adolescenziale, di umanità rinchiusa in una gabbia impalpabile di pregiudizio, alle soglie dell'oltreumano. 
Teatro dell’Orologio 15 dicembre 2016
HIKIKOMORI
drammaturgia Katia Ippaso e Marco Andreoli
regia Arturo Armone Caruso
con Luisa Marzotto, Giulio Pranno, Aldo De Martino
scenografia Fabio Vitale
costumi Roberto Conforti

produzione Ariel Produzioni
in collaborazione con Officinema
www.officinema.com

L'Hikikomori del titolo è Il Figlio, un adolescente problematico che vive con dolore il sistema autoritario e repressivo messo in piedi dal Padre. La Madre è l'unica persona che entra in contatto con lui. Tra di loro, un combattimento feroce e struggente, in cui si alternano momenti di autentica violenza e momenti di abbandono radioso. Il Nonno, infine, è un fantasma che viene a far visita al Figlio. In quella stanza tanti anni fa anche lui fu rinchiuso.

SINOSSI  Un uomo. Una donna. Una coppia. Una stanza. Un mese. Dicembre. Una notte. Quella di Natale.
La neve che tutto ricopre e tutto cancella. L'alba che coglie d'anticipo il buio, svela i desideri osceni, consuma i pensieri, stravolge gli animi, conduce al logoramento. Eccoli. Gli sposi ribelli. Gli amanti stremati. Eccoli. Il superstite e il boia. L'incontro degli opposti. Nulla li soddisfa. Nulla li sazia.
Ma dove si scappa mentre ci si viene incontro?

BIOGRAFIA
Arturo Armone Caruso, regista e attore napoletano che da una trentina d'anni traghetta a Parigi voci, testi e autori della scena italiana (ha messo in scena Moscato e Ruccello) incontra innanzitutto due autori, Katia Ippaso e Marco Andreoli, e un'interprete Luisa Marzotto. Ed è subito un ritrovarsi.

NOTE DI REGIA
Hikikomori è il nome che si dà ad un fenomeno diffuso nel Giappone contemporaneo: la volontaria autoreclusione degli adolescenti che smettono di andare a scuola e si ritirano nelle loro stanze, dialogando solo con il video e a volte neanche con quello. Molti si lasciano morire. Rivisitazione contemporanea della Metamorfosi di Franz Kafka, Hikikomori di Marco Andreoli e Katia Ippaso è un dramma a porte chiuse che racconta la pressione di una società, la nostra, in cui i figli esprimono in forma drammatica, estrema, il loro disagio.
Di cosa sono fatte realmente le pareti sottili, come la carta di riso delle case giapponesi, dietro le quali si è rinchiuso il Figlio? E la camera, il luogo stesso in cui egli vive recluso che cos'è? Un luogo di confinamento, di internamento, un sacrario che custodisce un terribile segreto di famiglia, un'isola del possibile, un luogo di gestazione, un laboratorio dell'oltreumano? Oppure semplicemente una tana, un rifugio, un ventre materno, meta impossibile di un ritorno allo stato prenatale?
Dagli arredi, dagli oggetti, dalle pareti della stanza del Figlio scaturisce uno scintillio. Lampi, fiotti, rivoli di luce e di parole rivelano in trasparenza la piaga pulsante, la patologia della famiglia e del tessuto sociale che la contiene. "Le parole bruciano" dice Il Figlio Hikikomori. Le parole fanno male, scottano. Le parole si dissolvono in cenere. Tutte le parole. Le parole che scherniscono, che comandano, che separano, che abbandonano, anche quelle che amano.
Nello spettacolo, così come nel testo, non c'è un giudizio né sulla famiglia, né sulla scuola, né tanto meno sulle scelte drammatiche dell'adolescente ma solo l'urgenza di formulare delle domande. Paure, desideri, affetti negati, figure genitoriali sfocate illuminano semplicemente un possibile cammino che consenta di districarsi, di uscire dalla palude dei fraintendimenti affettivi e sociali per attingere a un modo di raccontarsi capace di ricreare i presupposti dell'incontro.
Il nostro intento è di interrogare la figura del Figlio Hikikomori per formulare delle domande, condividerle. Per arrivare a pensare, a immaginare, a sentire la nostra condizione "adulta" solo come una forma ancora incompiuta, adolescenziale, di umanità rinchiusa in una gabbia impalpabile di pregiudizio, alle soglie dell'oltreumano. 
Condividi video :

Posta un commento

 
Support : MarXoB
Copyright © 2011. e-performance.tv - All Rights Reserved
Template Created by MarXoB | Published by e-performance.tv
powered by Blogger