Teatro Fortezzaest 23-24-25 Aprile 2026
SANTA VERGINE DELLE ROSE
Un progetto del Collettivo Nonnaloca
Drammaturgia di Veronica Chirra e Sara Russolillo
Con Marta Bulgherini, Irene Ciani e Camilla Tagliaferri
Dicono che per far credere a qualcuno una bugia basti ripeterla abbastanza volte. Dicono anche che le bugie hanno le gambe corte. E che se cammini in strada con i tacchi alti e il ginocchio in bella vista è normale che qualcuno ti poggi una mano dove non vuoi.
Pure se tu gli hai detto di no, pure se gli hai detto che non ti piace.
Dicono che se vai a ballare il sabato sera e bevi come un uomo, poi è normale che qualcuno ti metta in macchina e ti porti a casa sua. Pure se tu non riuscivi nemmeno a capire dove fossi. Pure se tu non riuscivi nemmeno a dire di no. Dicono che Ada Cuordoro sia colpevole di sessantaquattro truffe, a danno di sessantaquattro uomini.
Dicono che li incontrasse in un locale di musica latina, che li seducesse, li ubriacasse e gli sfilasse un bonifico dopo l’altro, proprio quando loro non erano più capaci di intendere e di volere. Santa Vergine delle Rose è un dialogo con un giudice che non ha voce, è un monologo. Potrebbe essere una deposizione, o una trappola. Scivola tra la confessione e la messa in scena, tra la verità e l’illusione. Ada è l’imputata, certo, ma anche la narratrice, la regista della sua stessa storia. Decide cosa dire, cosa omettere, quando piangere, quando ridere. E lo spettatore, come il giudice, si ritrova a seguirla, a dubitare, a cercare un appiglio.
Ma alla fine, quando la sentenza arriva, rimane solo una domanda: perché questa assoluzione ci fa rabbia? Perché ci sembra così assurda? Forse perché sappiamo bene che, a parti invertite, non ci sembrerebbe affatto assurda.
Ada se ne va. Libera. Assolta. Ci siamo fatti tutti ingannare?
No, da Ada no. Dalla pièce, forse.
Teatro Fortezzaest 23-24-25 Aprile 2026
SANTA VERGINE DELLE ROSE
Un progetto del Collettivo Nonnaloca
Drammaturgia di Veronica Chirra e Sara Russolillo
Con Marta Bulgherini, Irene Ciani e Camilla Tagliaferri
Dicono che per far credere a qualcuno una bugia basti ripeterla abbastanza volte. Dicono anche che le bugie hanno le gambe corte. E che se cammini in strada con i tacchi alti e il ginocchio in bella vista è normale che qualcuno ti poggi una mano dove non vuoi.
Pure se tu gli hai detto di no, pure se gli hai detto che non ti piace.
Dicono che se vai a ballare il sabato sera e bevi come un uomo, poi è normale che qualcuno ti metta in macchina e ti porti a casa sua. Pure se tu non riuscivi nemmeno a capire dove fossi. Pure se tu non riuscivi nemmeno a dire di no. Dicono che Ada Cuordoro sia colpevole di sessantaquattro truffe, a danno di sessantaquattro uomini.
Dicono che li incontrasse in un locale di musica latina, che li seducesse, li ubriacasse e gli sfilasse un bonifico dopo l’altro, proprio quando loro non erano più capaci di intendere e di volere. Santa Vergine delle Rose è un dialogo con un giudice che non ha voce, è un monologo. Potrebbe essere una deposizione, o una trappola. Scivola tra la confessione e la messa in scena, tra la verità e l’illusione. Ada è l’imputata, certo, ma anche la narratrice, la regista della sua stessa storia. Decide cosa dire, cosa omettere, quando piangere, quando ridere. E lo spettatore, come il giudice, si ritrova a seguirla, a dubitare, a cercare un appiglio.
Ma alla fine, quando la sentenza arriva, rimane solo una domanda: perché questa assoluzione ci fa rabbia? Perché ci sembra così assurda? Forse perché sappiamo bene che, a parti invertite, non ci sembrerebbe affatto assurda.
Ada se ne va. Libera. Assolta. Ci siamo fatti tutti ingannare?
No, da Ada no. Dalla pièce, forse.
Teatro Fortezzaest 23-24-25
Aprile 2026
SANTA VERGINE DELLE
ROSE
Un progetto
del Collettivo Nonnaloca
Drammaturgia
di Veronica Chirra e Sara Russolillo
Con Marta
Bulgherini, Irene Ciani e Camilla Tagliaferri
Dicono che per far
credere a qualcuno una bugia basti ripeterla abbastanza volte. Dicono anche che
le bugie hanno le gambe corte. E che se cammini in strada con i tacchi alti e
il ginocchio in bella vista è normale che qualcuno ti poggi una mano dove non
vuoi.
Pure se tu gli hai
detto di no, pure se gli hai detto che non ti piace.
Dicono che se vai a
ballare il sabato sera e bevi come un uomo, poi è normale che qualcuno ti metta
in macchina e ti porti a casa sua. Pure se tu non riuscivi nemmeno a capire
dove fossi. Pure se tu non riuscivi nemmeno a dire di no. Dicono che Ada Cuordoro
sia colpevole di sessantaquattro truffe, a danno di sessantaquattro uomini.
Dicono che li
incontrasse in un locale di musica latina, che li seducesse, li ubriacasse e
gli sfilasse un bonifico dopo l’altro, proprio quando loro non erano più capaci
di intendere e di volere. Santa Vergine delle Rose è un dialogo con
un giudice che non ha voce, è un monologo. Potrebbe essere una deposizione, o
una trappola. Scivola tra la confessione e la messa in scena, tra la verità e
l’illusione. Ada è l’imputata, certo, ma anche la narratrice, la regista della
sua stessa storia. Decide cosa dire, cosa omettere, quando piangere, quando
ridere. E lo spettatore, come il giudice, si ritrova a seguirla, a dubitare, a
cercare un appiglio.
Ma alla fine, quando
la sentenza arriva, rimane solo una domanda: perché questa assoluzione ci fa
rabbia? Perché ci sembra così assurda? Forse perché sappiamo bene che, a parti
invertite, non ci sembrerebbe affatto assurda.
Ada se ne va. Libera.
Assolta. Ci siamo fatti tutti ingannare?
No, da Ada no.
Dalla pièce, forse.
Hamlet in purple
Tra parola poetica,
teatro di figura e drammaturgia sonora, firmato da Valentino Mannias, che cura
traduzione, regia e drammaturgia di una riduzione dell’Amleto di William
Shakespeare.
Un’indagine radicale
sulla funzione del teatro oggi, sulla crisi e sulla sua possibile rinascita,
attraverso una nuova traduzione in endecasillabi che restituisce alla parola
shakespeariana una tensione ritmica e politica insieme.
Mannias, insignito del
Premio Hystrio alla Vocazione nel 2015, del Premio Franco Enriquez nel 2018 e
del Premio Ubu nel 2024, costruisce uno spettacolo che assume Amleto come
metafora dell’attore e, più in profondità, del teatro stesso: una figura sospesa
tra dovere e desiderio, tra rappresentazione e realtà, chiamata a parlare
dentro un sistema che sembra non avere più ascolto. In questa prospettiva, il
testo shakespeariano diventa un dispositivo critico attraverso cui interrogare
il ruolo dell’arte come strumento di resistenza al potere e come spazio fragile
ma necessario di pensiero collettivo.
Il teatro di figura
non è qui un semplice elemento estetico, ma una vera e propria struttura
concettuale: marionetta e burattini incarnano una dimensione ambigua, in bilico
tra morte e immortalità, tra corpo animato e oggetto inerte, restituendo al
gesto scenico una qualità rituale che mette in crisi l’idea stessa di presenza.
La presunta follia di Amleto, in questa rilettura, non è solo un tema
narrativo, ma una condizione del linguaggio teatrale, un territorio instabile
in cui realtà e finzione si contaminano fino a diventare indistinguibili.
Il viola che dà titolo
allo spettacolo non è un dettaglio cromatico ma un dispositivo rituale. Colore
del lutto e del vino, della terra e della mescita, il viola esiste solo nella
percezione umana, come il teatro. Chiedere al pubblico di vestirsi di viola
significa costruire un funerale collettivo, un rito condiviso affinché il
teatro possa morire per rinascere come spazio vivo di comunità. Una possibilità
di rinascita, come rito che tenta di restituire al teatro una funzione
politica, non nel senso ideologico del termine, ma come spazio in cui una
comunità può ancora riconoscere le proprie contraddizioni.
Fondamentale, in
questo dispositivo, è la presenza della musica dal vivo, pensata come “attore
invisibile” da Luca Spanu, che attraversa la scena, dialoga con i corpi e con
le figure, e costruisce una partitura emotiva capace di agire sotto la soglia
della parola. La musica non accompagna, ma interroga, amplifica, talvolta
contraddice, diventando parte integrante della drammaturgia.
Hamlet in Purple si
presenta così come un atto insieme di lutto, resistenza e speranza. Forse il
teatro deve prendere coscienza della propria morte per ricominciare a vivere.
Dunque la domanda non riguarda più soltanto Amleto, ma chi ascolta: che cosa può
essere il teatro, oggi?
di Antonello Toti
regia di Christian Angeli
con Alessia Filiberti e Andrea Lami
e la voce di Enrico Catani
Il testo di Antonello Toti è ispirato alla grande stagione cinematografica e letteraria del noir statunitense degli anni quaranta. Due attori in scena: un’attrice che interpreta due ruoli, un attore che ne interpreta cinque.
L A STORIA
Una donna, cinque uomini e un brutale omicidio. Il tempo scorre inesorabile, se lei si arrende, il suo amato muore. Nella disperata ricerca della verità, lei deve porre le giuste domande e accettare le terribili risposte.
NOTE D’AUTORE
“Per amore si fanno le più grandi follie”, è la frase che si ripete Alessia, la protagonista di “Into The Black”, mentre affronta pericoli mortali nel tentativo di salvare l’amato. “Into the Black” è un noir con la struttura narrativa tipica del giallo: si parte da un omicidio, da cui scaturisce un’indagine che porta alla risoluzione finale. È il modo in cui si snoda l’intreccio, però, a essere anti convenzionale. La storia si apre con una rassicurante linearità a cui fa immediatamente seguito un improvviso e spiazzante vortice di eventi, in cui convivono realtà e sogno, solennità e goliardia, violenza e tenerezza.
Alessia, anima bianca di un mondo oscuro che vuole comprometterla, per amore deve affrontare questo turbinio di emozioni, nella ricerca della risposta alla domanda “noir” per eccellenza: in un mondo di colpevoli, chi è il più colpevole?