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Zombitudine

Teatro Remondini Bassano del Grappa 30 Agosto 2014
ZOMBITUDINE
testo, regia, interpretazione Elvira Frosini e Daniele Timpano
scene e costumi Alessandra Muschella
ideazione e realizzazione tecnica luci Marco Fumarola e Daniele Passeri
aiuto regia Francesca Blancato
organizzazione e promozione Daniela Ferrante
ideazione e regia teaser video Emiliano Martina
progetto Grafico Antonello Santarelli
disegni Valentina Pastorino
Lo zombie è il vecchio che non muore e il nuovo che non c’è. Lo Zombi è l’impossibilità della morte e dunque della resurrezione. Lo zombi è un morto che cammina e non sa dove va. “Come noi, noi siamo gli zombi”! Questo il punto di partenza di uno spettacolo scombinato, fuori dagli schemi, sospeso tra l’analisi della realtà e un iperrealismo che cerca di rendere credibile anche l’incredibile. Un uomo e una donna sono rifugiati in un teatro insieme al pubblico. In questo spazio di illusoria salvezza e resistenza attendono un evento apocalittico, l’arrivo di qualcuno, di qualcosa: il ritorno dei morti? la fine del mondo? la nostra morte individuale? un nuovo inizio? un cambiamento? una rivoluzione? la definitiva delusione? Non si sa se bello o brutto, ma un evento sta arrivando. O forse arrivano gli Zombi. Zombitudine non è uno spettacolo horror, semmai uno spettacolo sull’orrore di questo nostro tempo, su questa condizione di semi-vita che ci sentiamo addosso. La Zombitudine, appunto. Gli Zombi siamo noi. La Zombitudine è la nostra condizione quotidiana. Stretti tra l’emergenza di un evento imminente e devastante e una quotidianità claustrofobica in cui la vita da assediati è divenuta normalità, si fa fatica a focalizzare il pericolo o la salvezza. Quella dello Zombi è l’immagine palingenetica della nostra fine ma anche un’immagine di speranza, l’unica prospettiva di rinascita, l’unica forma di vita alternativa a tutta questa economia, questo mercato, questo dominio di banche, finanza e multinazionali. L’unico Risorgimento possibile per il nostro paese e per i suoi abitanti è un Risorgimento Zombi. Zombi di tutto il mondo unitevi!
[...] I due ultimi uomini sopravvissuti all’ecatombe si sono rifugiati, assieme ad un manipolo, non scelto ma totalmente casuale di persone, dentro un teatro. Fuori avviene l’apocalisse, l’ultima notte sulla terra. Non aprite quella porta. Da fuori premono, Romero docet, per entrare e mangiarsi l’ultima carne tremula e fresca. La cultura, il teatro, la parola, la lettura, i classici li salveranno? Illusi. [...] Siamo morti? L’Italia è morta? Gli italiani sono morti? Gli europei sono morti? La Grecia antica è morta? Il teatro è morto? La sopravvivenza è soltanto un punto di vista. Siamo vivi ma siamo morti al tempo stesso. Se la Frosini è la Sposa Cadavere di Tim Burton in movenze da Charlie’s Angel, Timpano è più vicino ad un fumetto, tipo l’amico di Scooby Doo oppure somiglia ad Indiana Jones, cercatore e scopritore dall’interno del morbo-virus che tutto e tutti attanaglia, questa morte prima della morte, con basette alla Elvis muovendosi impomatato come una parodia di 007. Urlano “Prendete posizione”, e sembrano Steve Jobs che ululava di essere arrabbiati e folli. Ah, chi lo è più? Siamo vecchi, siamo marci. La Resistenza di “Bella Ciao” che risuona ha perduto la sua battaglia, stanno arrivando, hanno occupato tutti i posti di potere. Il futuro è una parola vuota, senza significato. Anche se Timpano è il nostro Woody Allen. Che diceva infatti: ‘Si vive una sola volta. E qualcuno neppure una’. E anche: ‘Morire è una delle poche cose che si possono facilmente fare stando sdraiati’. Oppure: ‘Non mi interessa l’immortalità attraverso l’arte: io non voglio morire’. Infine: “‘on credo in una vita ultraterrena. Comunque porto sempre con me la biancheria di ricambio”.
Tommaso Chimenti – Rumor(s)cena
produzione / amnesiA vivacE, Kataklisma
coproduzione / Teatro della Tosse di Genova, Fuori Luogo – La Spezia, Teatro dell’Orologio – Roma
ZOMBITUDINE è nato in collaborazione con Teatro di Roma nell’ambito del progetto “Perdutamente”
novembre 24, 2014
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All Ways

CSC Garage Nardini Bassano del Grappa 29 Agosto 2014
 ALL WAYS
da un’idea di Beatrice Baruffini
regia e drammaturgia Beatrice Baruffini, Ilaria Mancia
partitura fisica Agnese Scotti, Elisa Cuppini
luci Emiliano Curà
foto Agnese Scotti
video Jacopo Niccoli
con Simone Arganini, Virginia Canali, Gaia De Luca, Laura Guglielmo, Anxhela Malo, Jacopo Melegari
ringraziamenti Cinzia Di Gerlando, Giusy Di Gerlando, Martina Pagani
produzione Teatro delle Briciole
Uno spettacolo nato all’interno del progetto AntWork,
promosso dai Comuni di Parma, Reggio Emilia, Modena.Uno spettacolo interpretato da ragazzi tra i 16 e i 25 anni. La città, gli spazi, le forme del mondo e l’intervento dell’uomo trasferiti sulla scena con un linguaggio performativo e non testuale. Una possibile risposta teatrale alla frase illuminante dello scrittore francese Georges Perec: «Il mondo è la percezione di una scrittura terrestre, di una geografia di cui ci siamo dimenticati di essere gli autori».
Uno spettacolo interpretato da ragazzi under 25 al termine di un percorso di lavoro di gruppo nato nell’ambito di «Antwork – giovani produzioni Modena, Reggio Emilia e Parma», piattaforma condivisa da tre città confinanti e dedicata alla creatività giovanile. La città, gli spazi, le forme del mondo e l’intervento dell’uomo trasferiti sulla scena con un linguaggio performativo e non testuale. «Il mondo è la percezione di una scrittura terrestre, di una geografia di cui ci siamo dimenticati di essere gli autori». Questa frase è di Georges Perec, lo scrittore francese tra i massimi artefici dell’arte della scrittura come sperimentazione e ingegnosa combinazione di parole. Il progetto nasce proprio dal desiderio di dare una possibile risposta teatrale all’illuminante indicazione di Perec. “All ways” significa letteralmente “tutti i modi”, tutte le possibilità che l’uomo può utilizzare per intervenire sul mondo. Significa analizzare tutto ciò che è scrittura umana del mondo, i segni e le tracce che l’uomo lascia ed esprimerlo, ricrearlo attraverso un linguaggio performativo e non testuale, attraverso un meccanismo di gioco e di scrittura scenica.
“Siamo partite dall’analisi degli spazi urbani di una città e siamo arrivate
a identificare quali potevano essere segni e simboli universali, condivisibili da tutti. Abbiamo usato gli spazi quasi semplificandoli dal punto di vista narrativo, in una sorta di trasposizione degli spazi in simboli. Abbiamo fatto uscire questi simboli da un contesto spaziale, temporale e storico creando delle immagini, che nel loro accostamento e nel loro montaggio teatrale, nella loro successione, raccontano il nostro stare sulla terra, quello che noi abbiamo costruito, cioè la costruzione che l’uomo ha fatto del mondo in cui vive”.
Beatrice Baruffini e Agnese Scotti
da un’idea di Beatrice Baruffini
regia e drammaturgia Beatrice Baruffini, Ilaria Mancia
partitura fisica Agnese Scotti, Elisa Cuppini
luci Emiliano Curà
foto Agnese Scotti
video Jacopo Niccoli
con Simone Arganini, Virginia Canali, Gaia De Luca, Laura Guglielmo, Anxhela Malo, Jacopo Melegari
ringraziamenti Cinzia Di Gerlando, Giusy Di Gerlando, Martina Pagani
produzione Teatro delle Briciole
Uno spettacolo nato all’interno del progetto AntWork,
promosso dai Comuni di Parma, Reggio Emilia, Modena.
settembre 24, 2014
 

Ce ne andiamo per non darvi troppe preoccupazioni

Teatro Remondini Bassano del Grappa 29 Agosto 2014
CE NE ANDIAMO per non darvi troppe preoccupazioni
Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
ispirato a un’immagine del romanzo L’esattore di Petros Markaris
un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
con Daria Deflorian, Monica Piseddu, Antonio Tagliarini e Valentino Villa
collaborazione al progetto Monica Piseddu e Valentino Villa
luci Gianni Staropoli
consulenza per le scene Marina Haas
Un’indagine esistenziale sulla crisi, intima e politica. E’ questa la nuova tappa del lavoro di due tra gli artisti più interessanti della scena contemporanea, capaci di ridefinire il ruolo dell’attore comen autore e interprete. I suicidi della crisi, nati come provocatoria finzione nel romanzo “L’esattore” del greco Petros Markaris, trovano un’inquietante eco nelle cronache italiane di questi tempi.
“Punto di partenza e sfondo del lavoro è un’immagine forte, tratta dalle pagine iniziali del romanzo ‘L’esattore’ del greco Petros Markaris scritto nel 2011. Siamo nel pieno della crisi economica greca quando vengono trovate le salme di quattro donne, pensionate, che si sono tolte volontariamente la vita. «…Abbiamo capito che siamo di peso allo Stato, ai medici, ai farmacisti e a tutta la società – spiegano in un biglietto – Quindi ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Risparmierete sulle nostre pensioni e vivrete meglio». Come hanno ordito queste quattro donne anziane questo singolare complotto contro la loro società in crisi? Abbiamo circoscritto il nostro immaginario tra il momento in cui prendono i sonniferi e quello in cui una ad una lasciano la vita nell’immacolato piccolo appartamento di periferia. «Ma chi ce l’ha fatto fare?» dice una delle nostre figure alle sue amiche e complici e scoppia in una fragorosa risata mentre è già distesa sul letto aspettando l’effetto delle pasticche ingoiate con della vodka, «uno dei modi più sicuri di fare una morte tranquilla nel sonno». La scena raccontata da Markaris ci ha anche fatto riflettere sul suicidio non come gesto esistenziale ma come atto politico estremo. Non un racconto, né un resoconto, ma un percorso dentro e fuori queste quattro figure di cui non si sa nulla se non la tragica fine. Un percorso fatto di domande e questioni che sono le loro, ma sono soprattutto le nostre. Usiamo lo spazio di libertà della scena per scatenare la nostra collera, sanare l’eccesso di positività che ci circonda, i comportamenti rigidamente politicaly correct, la commozione facile, il sorriso stereotipato delle relazioni sociali, le ricette per vivere con serenità le ingiustizie che ci toccano. Ci presentiamo al pubblico con una dichiarazione di forte impotenza, che in questo caso è una cruciale impotenza a rappresentare”.
una produzione Planet3 & dreamachine in coproduzione con Teatro di Roma / Romaeuropa Festival 2013/ 369 gradi in collaborazione con Festival Castel dei Mondi organizzazione e promozione Filipe Viegas e Francesca Corona per PAV | Diagonale Artistica comunicazione e ufficio stampa Filipe Viegas ed Emanuela Rea per PAV residenze artistiche Centrale Fies / Olinda / Angelo Mai Altrove Occupato / Percorsi Rialto Romaeuropa.Teatro Palladium / Teatro Furio Camillo / Carrozzerie n.o.t un ringraziamento ad Attilio Scarpellini e a Francesco La Mantia, Francesca Cuttica, Valerio Sirna, Ilaria Carlucci, Alessandra Ventrella
settembre 24, 2014
 

Holiday on stage

Teatro Remondini Bassano del Grappa 28 Agosto 2014
 HOLIDAY ON STAGE
ideazione e performance Martin Schick e Damir Todorovic
con la partecipazione di Moonsuk Choi
consulenza artistica Cuqui Jerez
musica Yujiro Akihiro
troubleshooter Anna K. Becker
costumi Dragana Kunjadic per Costume National
consulente per lo stile Toshiko Kobatake
consulente per il business Roland Monney
personal trainer Vojin Vujovic
english coach Rosalind Wynn
british Accent Coach Tim Harrison
assistenza tencnica Michi Egger
assistente di produzione e sponsor Arnaud Gariépy, Rosalind Wynn
A production of the Festival Belluard Bollwerk International made possible thanks to the contribution of the Canton of Fribourg to culture. In coproduction with Gessnerallee Zürich, Dampfzentrale Bern, Beursschouwburg Brussels, Vooruit Gent, Brut Vienna, The Basement Brighton and Snaporazverein in the frame Reso-Réseau Danse Suisse.
Una farsa sovversiva e provocatoria sulla società occidentale. Una riflessione su quanto l’eccesso di lusso e bellezza condizioni le nostre vite. In un mondo dove apparire è il bene più ambito, tutti vogliono entrare nello star system. Mischiando intrattenimento con altre forme artistiche in un tourbillon di trovate, i due performer ironizzano sulle loro misere esistenze e sul vuoto che circonda la gente che conta.
Parafrasando gli acrobatici spettacoli sul ghiaccio di “Holiday on ice” ed enfatizzandone gli aspetti più kitch di un‘estetica da music hall, Martin Schick e Damir Todorovic mettono in scena una farsa travolgente e provocatoria sulla società occidentale. Una riflessione su quanto l’eccesso di lusso e bellezza condizioni le nostre vite. In un mondo dove apparire è il bene più ambito, tutti vogliono entrare nello star system. Mentre arte e industria stanno diventando sempre più intrecciate tra loro, avvicinando progressivamente lo storico divario tra capitale economico e culturale, gli artisti praticano una nuova forma di servitù all’interno di un’inedita società cyber-feudale. In tale contesto resta aperta la domanda su quale sia il futuro possibile per l’arte in senso stretto. Per gli artisti e per la loro necessaria autonomia creativa. Giocando in modo umoristico con i clichés, tra citazioni che si sovrappongono all’estetica della vita quotidiana, Martin Schick e Damir Todorovic mischiano sapientemente la danza e il teatro con altre forme artistiche, in un tourbillon di trovate. I due performer ironizzano così sulle loro misere esistenze messe a confronto con il vuoto spinto che circonda la gente che conta. “Holiday on ice” è uno spettacolo che provoca discussioni controverse sul futuro economico e politico dell’umanità. E lo fa riuscendo a divertire grazie ad una serie di cortocircuiti che coinvolgono il pubblico e convincono la critica unanime nel giudicarlo: “uno spettacolo senza tempo, un perfetto esempio di intrattenimento culturale sorprendente, accessibile e spettacolare” oppure “una miscela inquietante di intrattenimento sovversivo, nozioni umoristiche e scenari (in)credibili sul futuro umano”.
settembre 24, 2014
 

Iperrealismi

CSC Garage Nardini Bassano del Grappa 28 Agosto 2014
 IPERREALISMI
idea e regia Helen Cerina
performance Francesca Gironi Orlando Izzo Elisa Mucchi Annalì Rainoldi
costumi Valentina Ragni Helen Cerina
suoni Aliendee
musiche P.Tchaikovsky Joan as Police Woman
luci Chiara Zecchi Helen Cerina
grazie a: Claudia Giordano, Alessandro Sciarroni
realizzato con il sostegno di Amat, Inteatro, Kilowatt Festival
“Iperrealismi” parte dall’idea di riprendere con la videocamera persone anonime in situazioni pubbliche e riprodurre i loro movimenti in teatro. Chissà se ora ci sono due persone che stanno compiendo esattamente lo stesso gesto nello stesso momento? Magari uno dei due sta aspettando l’autobus sotto la neve e l’altro sta parlando al telefono nel suo salotto, il loro gesto è identico ma il significato è diverso. Ci vuole un’alto livello di prodezza e virtuosismo tecnico per simulare la realtà. “Iperrealismi” parte dall’idea di riprendere con la videocamera persone anonime in situazioni pubbliche e riprodurre i loro movimenti in teatro. Si filma nel dettaglio una situazione reale, viene videoregistrata la riproduzione, si riproduce questa seconda registrazione, si ri-filma e ririproduce quest’ultima registrazione e di nuovo si ri-filma e ririproduce… infine viene mostrato al pubblico il punto d’arrivo, svelando poi da dove si era partiti. Il risultato è un’intensa ricerca sulla poesia del gesto. Chissà se ora ci sono due persone che stanno compiendo esattamente lo stesso gesto nello stesso momento? Magari uno dei due sta aspettando l’autobus sotto la neve e l’altro sta parlando al telefono nel suo salotto, il loro gesto è identico ma il significato è diverso. Ecco il risultato: il movimento. Attraverso l’esaltazione dei dettagli il soggetto viene messo a fuoco; il gesto e l’uomo non sono mai stati così vivi come nei preziosi istanti che si manifesteranno sul palco.
Helen Cerina consegue la laurea in Dance Theatre al Trinity Laban Londra. Partecipa a Dancewebeurope a Vienna e alla Vetrina Anticorpi del GDA a Ravenna. Entra nel progetto di formazione e residenza di Operaestate: Choreoroam. Nel 2010 vince il premio Nuove Sensibilità con “Dulcis in pomerio”. Con lo studio “Iperrealismi” partecipa ai concorsi Game 2012 e Nextwork 2013. Dal 2008 porta avanti una ricerca sulla percezione sensoriale a partire dal danzare senza vedere, intitolata “How”. Studia alla Biennale College Danza 2013 nel progetto Trasmissioni di Virgilio Sieni. Helen fa parte della piattaforma Matilde, un progetto della regione Marche e Amat.
settembre 09, 2014
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Virgilio brucia - Anagor

Teatro Remondini , Bassano del Grappa 26 Agosto 2014
 VIRGILIO BRUCIA - Anagoor
con Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Massimiliano Briarava, Moreno Callegari, Marta Kolega, Gloria Lindeman, Paola Dallan, Monica Tonietto, Artemio Tosello, Emanuela Guizzon
con la partecipazione di Marco Cavalcoli
video concept Simone Derai, Moreno Callegari, Giulio Favotto
direzione della fotografia Giulio Favotto / OTIUM
editing Moreno Callegari, Giulio Favotto
sound design Mauro Martinuz
regia Simone Derai
costumi Serena Bussolaro, Simone Derai
accessori Silvia Bragagnolo
maschera di Ottaviano Augusto Felice Calchi
scene Simone Derai, Luisa Fabris, Guerrino Perosin
musiche Mauro Martinuz
arrangiamenti musiche tradizionali, composizioni
vocali originali e conduzione corale Paola Dallan, Gloria Lindeman, Marta
Kolega, Gayanée Movsisyan byzantine chant e Kliros tratti da ‘Funeral Canticle’ di John Tavener
beats Gino Pillon
traduzione e consulenza linguistica Patrizia Vercesi
drammaturgia Simone Derai, Patrizia Vercesi
testi ispirati dalle opere di Publio Virgilio Marone, Hermann Broch, Emmanuel Carrère, Danilo Kiš, Alessandro Barchiesi, Alessandro Fo, Joyce Carol Oates.
Nella sua “Vita” Elio Donato disegna con rapidi tratti un Virgilio schivo, di carattere mite e modesto, dalla parlata timida e lenta, tanto da apparire ignorante. Una figura in netto contrasto con il mito del poeta che non esitava a cantare i potenti e non esitava ad usare il registro epico e il ruolo di poeta laureato al servizio di Ottaviano. La nostra epoca antitotalitaria coltiva giusti e legittimi sospetti nei confronti dei poeti e della poesia al servizio di un’ideologia ufficiale. Tuttavia ribolle sotterranea una tensione latente tra il Virgilio introspettivo, che colora i suoi versi di melodia tipicamente malinconica, e il Virgilio propagandista ufficiale che deve proclamare il trionfo delle armi romane e la storia della dinastia al potere. C’è una composta, disciplinata serenità nell’opera di Virgilio, ma sotto la superficie indisturbata si agita un dissidio interiore. Virgilio è Enea, un eroe che porta nel nome un dolore insostenibile, riluttante eppure capace di accettare di assumersi l’onere di una missione immensa, sproporzionata per un solo uomo. Questo lavoro di Anagoor non è un’opera sulle Bucoliche, sulle Georgiche o sull’Eneide. È piuttosto uno sguardo spaventato alla frattura che fende e ferisce la base di un’esistenza da cui scaturisce, come un fiume che lava, la creazione poetica. Su insistenza di Augusto, nel 22 a.C. Virgilio lesse parte del grande poema promesso, allora ancora in via di costruzione, e al quale lavorò per 11 anni fino alla morte. In 3 distinte serate il poeta recitò i versi di 3 dei 12 libri della futura Eneide. Non 3 libri a caso: il Secondo, ovvero il rogo di Ilio e il crollo del regno troiano, racconto di inaudita violenza che funge da propulsore alla vicenda del popolo in fuga verso l’Italia; il Quarto, ossia l’abbandono di Cartagine e di Didone, esemplare rinuncia alle proprie passioni, all’amore e alla felicità, sacrificate in nome di una missione più alta; il Sesto, in cui si narra la discesa di Enea nel regno dei morti per ritrovare il padre Anchise, libro quest’ultimo posto esattamente al centro del poema, significante spartiacque tra passato e futuro, tra incendio e futura fondazione. Il nuovo lavoro di Anagoor può essere osservato attraverso il filtro di questi tre libri. Virgilio come Enea si carica sulle spalle un bagaglio enorme e con tale enorme fardello attraversa il bruciante processo della creazione, consumando la propria vita, inseguendo vie di fuga dalle fiamme divoranti del proprio sentire, delle proprie urgenze. Laddove fuggire dall’incendio è mettere in salvo se stessi, e mettere in salvo una tradizione a brandelli levando un canto funebre per ciò che non sarà più, perché la propria creazione darà l’addio definitivo ai padri di cui conserviamo il dna dando il via ad una nuova lingua. Dice il poeta irlandese, Seamus Heaney (1939 – 2013): “Virgilio pone la domanda che turba tutti i poeti, a che serve il canto se tutto è sofferenza? A che serve cantare in tempi di violenza?” Per questo ad affiancare Anagoor ci sarà un coro di voci europee ed extraeuropee che disegnaranno una geografia e una cronologia del canto, come un impero dagli ampi confini in cui confluiscono musicalità colte e popolari, influenze orientali e occidentali, armene e bizantine, ma anche la tradizione balcanica e quella macedone che conservano il germe misterioso dell’arte aedica e del coro pretragico, fino alle composizioni minimaliste del più lirico tra i contemporanei, l’inglese John Tavener (1944 – 2013), e del suo toccante “Funeral Canticle”, scritto in occasione della scomparsa del padre.
settembre 09, 2014
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@Polis

Piazza Libertà Bassano del Grappa 29 Agosto 2014
@POLIS
regia Barbara Riebolge
ricerca drammaturgica Nicola Cecconi Mattia Pontarollo Barbara Riebolge
video Nicola Cecconi Mattia Pontarollo
creazione e produzione Color teatri
progetto The Different Me realizzato col sostegno dell’Unione Europea vincitore del bando: “Youth in Action”
A partire dell’esperienza di stranieri residenti in Italia, nasce una performance urbana che indaga i processi di partecipazione e i metodi decisionali in diverse culture. PRIMA NAZIONALE
La democrazia è il compromesso necessario: forma di governo irrinunciabile, ora manifesta le sue criticità più detestabili. Proprio dalla necessità di destrutturare consuetudini, di accrescere una maggiore consapevolezza civile e una reciproca comprensione delle diverse culture, nasce il nuovo progetto performativo di Color Teatri. Il gruppo indaga il tema della democrazia e della cittadinanza attiva nelle sue varie declinazioni, avviando un percorso di confronto con le nuove generazioni, la cui esperienza civile non è ancora consolidata, e con gli immigrati, testimoni di strutture politiche e culturali spesso differenti dalle nostre. A partire dal racconto dell’esperienza di stranieri, nasce una fotografia, una restituzione di come si attuano i processi di partecipazione e decisionali in diverse culture, con i loro punti di forza e le loro incoerenze. Sia durante la preparazione che durante le performance, i giovani tra i 14 e i 20 anni coinvolti nel progetto saranno invitati ad utilizzare metodi e approcci partecipativi, simulando le dinamiche di una comunità democratica. Tale metodo, oltre ad accrescere e sviluppare competenze, permetterà loro
di sperimentarsi attivamente in prima persona e di confrontarsi con la comunità locale, assumendo un ruolo attivo nella performance. I ragazzi impegnati in scena coinvolgeranno gli spettatori, creando nuovi “fori” e i luoghi di incontro della polis contemporanea attraverso media e collegamenti live che divengono le nuove piazze in cui dibattere. Il centro storico di Bassano si animerà quindi con cabine elettorali e altri strumenti di espressione della propria volontà, messi a disposizioni dei cittadini come strumenti per esercitare la democrazia. Un gioco che si prende sul serio e ci prende seriamente in causa, per sottolineare l’importanza della partecipazione di ogni singolo membro di una comunità, soprattutto in un momento in cui la disaffezione per la politica si traduce in scarso esercizio di un diritto fondamentale come quello di voto.
settembre 09, 2014
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Mio figlio era come un padre per me



Incontro con la compagnia



Teatro Remondini, Bassano del Grappa VI 28 Agosto 2013
“MIO FIGLIO ERA COME UN PADRE PER ME”
 di e con: Marta Dalla Via & Diego Dalla Via,
aiuto-regia: Veronica Schiavone,
partitura fisica: Annalisa Ferlini,
scene: Diego Dalla Via,
costumi: Marta Dalla Via.
“La prima generazione ha lavorato. La seconda ha risparmiato. La terza ha sfondato. Poi noi”. C’è una bella casa, simbolo di una vita agiata ma non agita. Ci sono due figli che pianificano di far fuori i genitori. Per diventare loro finalmente i padroni. Non della casa, padroni delle loro vite. Niente armi, niente sangue. Un omicidio due punto zero. Un atto terroristico, nascosto tra le smagliature del quotidiano vivere borghese.
ottobre 05, 2013
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Treno fermo a Katzelmacher



Incontro con la compagnia



CSC Garage Nardini Bassano del Grappa 29.08.2013 “TRENO FERMO A KATZELMACHER” No (Dance First. Think Later) ideazione Dario Aita, coreografie Elena Gigliotti, interpreti: Diletta Acquaviva, Emmanuele Aita, Giuseppe Amato, Lucio De Francesco, Damien Escudier, Marcella Favilla, Flavio Furno, Melania Genna, Elena Gigliotti, Giovanni Serratore. Costumi Giovanna Stinga, consulenza e realizzazione scene Paola Castrignanò, consulenza tecnica audio/video Ludovico Bessegato. Venti occhi. 10 teste. 9 cafoni, e uno straniero. 4 tasci, 4 zendraglie, e un marruchino. Si riconoscono sul loro sempr’eterno, sempr’arrugginito marciapiede. bar. Sotto casa. Non hanno una città, la vivono. In modo parassitario, ma non lo sanno. E per l’esattezza, questo ammasso di case in cui sono nati, si estende orrendo da Adelfia Capurso Casarano Manduria Torre Paese Rione Terra Afragola Filadelfia Sant’Elia Cetraro Verbicaro Maida San Vito sullo Jonio Santa Flavia San Cipirello Castellana Sicula Petralia Soprana Roccamena Partanna Campobello di Mazara eccetera eccetera a: nuova destinazione. Purché: si abballi. E il cuore mantenga il bum-bum dignitoso di sempre, aspettando sulla ferrovia che non c’è il treno che porterà all’euforia. Il trenoFERMO. Alla discoteca. 9 ragazzi, in una città indefinita con stazione e binari annessi, sconnessi e connessi con il loro linguaggio – di scunciglie, parolacce, bestemmie, e amore – 9 ragazzi, trenofermo a-Katzelmacher quindi, incontrano un marocchino. Che parla francesismi int’ o rione. E nel rondò di sfottimenti, violenza, e tradimenti, si muovono questi avanzi di città, partoriti a muscoli, calcio, carne, karaoke, sangue, balli e katzelmacher. La trama è facilissima nei fatti, incomprensibile nei motivi che la mandano avanti (e indietro). Storia di motorini, poste, amori, ragazze madri, legnate, bastunate, sogni. Perché anche al confine con la desolazione totale dell’essere, c’hanno diritto pure loro, ai sogni. Sogni facili. Nelle camerette con poster di neomelodici. E quando meno poi ce lo aspettiamo, si scoprono i volti, sotto i caschi sporchi, e hanno occhi grandi, tutti, belli e grandi, e scrivono poesie che non conoscono e non immaginano di avere dentro. Il sud. Il sud che è niente. Che siamo noi. Per davvero. E parliamo al plurale. E ci siamo scelti. Venti occhi. 10 teste. 9 teste brutte. E una marocchina. Tutto attraverso i suoi occhi. Occhi sporchi di terra straniera. Che hanno paura e fanno paura. Che aspettano ’o sule e trovano ’u sangu. E l’amuri. Un amuri diverso come lui. L’amuri che ci rende uguali.
ottobre 05, 2013
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M.E.D.E.A. Big Oil



Incontro con la Compagnia



Teatro Remondini Bassano del Grappa 29.08.2013
“M.E.D.E.A. BIG OIL”
scritto e diretto da Terry Paternoster con gli attori del Collettivo InternoEnki – 1° Coro: Maria Vittoria Argenti, Teresa Campus, Ramona Fiorini, Chiara Lombardo, Terry Paternoster, Mauro F. C ardinali, Gianni D’Addario, Donato Paternoster, Alessandro Vichi. sostituti – 2° Coro: Elena Cucci, Valentina Izumi Cocco, Monica Mariotti, Anna Ferraioli Ravel, Michela Ronci, Salvatore Langella, Angelo Lorusso, Ezio Spezzacatena, Pierfrancesco Rampino, Matteo Vignati. M.E.D.E.A.Big oil è una rielaborazione del mito di Medea che segue una linea di trasposizione dichiaratamente anticanonica, che colloca la vicenda nella Basilicata odierna, sventrata dalle trivellazioni. Anche qui il nodo tragico s’innerva in un innamoramento senza corresponsione d’amore: l’eroina è una donna lucana disattesa nelle promesse e tradita dallo straniero, il Big Oil-Giasone, ruolo simbolico affidato a una compagnia petrolifera. Lo straniero è l’amante infedele che non mantiene la promessa d’amore, di crescita e di progresso a un paese che regala ricchezza in cambio di povertà. In questo senso, anche Medea è “simbolo”: è l’amante tradita ma anche metafora di una chiusura mentale che la fa vittima e carnefice insieme. A riverberare la sua stoltezza, il mormorio animalesco di un popolo-branco (il Coro) che è evocazione di un’umanità divisa pedissequamente fra miseri e potenti, incapaci di elaborare, al contempo, una coscienza di classe e una classe di coscienza. Il tragico che vogliamo raccontare è quello del Sud dei nuovi sottoproletari, secondo un filtro politico e una lettura cari alla poetica dell’autrice: il contrasto della cultura barbara e primitiva con la cultura moderna e neocapitalistica. Parliamo di “realtà del tragico” annichilenti, così come esemplifica la situazione della Val d’Agri: l’incidenza tumorale, qui, supera largamente la media nazionale. La documentazione concernente la crisi geo-politica lucana è stata raccolta in un archivio di testimonianze che i cittadini hanno messo a disposizione del progetto, a raccontare una realtà in cui oggi M.E.D.E.A. è il nome di un Master organizzato e gestito dalla Scuola Enrico Mattei e fortemente voluto da Eni. Fatalità.
settembre 20, 2013
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W (prova di resistenza)



Incontro con la compagnia



CSC San Bonaventura Bassano del Grappa 29.08.2013
“W (PROVA DI RESISTENZA)”
di e con Beatrice Baruffini, luci e audio Dario Alberici. La prova di resistenza è una prova caratteristica del mattone forato. Viene fatta applicando un carico di peso sempre maggiore su tutti e tre i lati del mattone, fino a raggiungere il carico di rottura e stabilire così il grado di resistenza del mattone forato. “W” è il grido di vittoria di chi supera quella prova senza morire. Parma 1922: prova di resistenza. Nei quartieri popolari dell’Oltretorrente e del Naviglio gli abitanti resistettero, innalzando le barricate, all’aggressione dei fascisti guidati da Italo Balbo. Furono cinque giorni di scontri in cui quasi tutta la città si schierò unita contro un comune nemico. Donne, uomini, bambini, ragazzi, ognuno come poteva, parteciparono a una lotta collettiva che portò Parma a essere l’unica città in grado di respingere il fascismo, prima della marcia su Roma. Questa è una storia di povertà e di vendetta. Di buoni e cattivi. Di rossi e neri. È un racconto dove le passioni nascono in strada, fuori dalla finestra, perché in casa si sta stretti. E in strada, in fila per il bagno, davanti all’unica fontana che pompa acqua, Beatrice Baruffini (Parma) sugli scalini a giocare a carte, sulla porta delle osterie, si vive. Si fa l’appello dei figli per vedere quanti sono. Si fischietta Verdi, ci si prende a pugni, ci si allena alla lotta. Si sceglie la guerra. Si alzano marciapiedi. Muri. Barricate. È una storia di ribellione e di resistenza. Di mattoni forati e di donne e uomini tutti d’un pezzo.
settembre 12, 2013
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Lolita



Recensione dello spettacolo su TeatroeCritica

Teatro Remondini Bassano del Grappa 31.08.2013
 “LOLITA”
 Babilonia Teatri di Valeria Raimondi, Enrico Castellani con Enrico Castellani, Olga Bercini con la collaborazione artistica di Vincenzo Todesco, scene Babilonia Teatri, luci e audio Babilonia Teatri/Luca Scotton, costumi Babilonia Teatri/Franca Piccoli, organizzazione Alice Castellani grafiche Franciu, foto Marco Caselli Nirmal Sara Castiglione. “Lolita vede in scena con noi una preadolescente. È lei Lolita. Lo spettacolo intende indagare, a partire dal famoso romanzo di Vladimir Vladimirovic Nabokov, il nostro rapporto con la sessualità, da un lato. Il rapporto della donna col suo corpo e più in generale la questione del corpo della donna, dall’altro. Tutte le problematiche relative all’immagine che oggi abbiamo del corpo della donna, al suo utilizzo e a ciò che comporta da un punto di vista del ruolo sociale che oggi la donna ricopre nella società, vengono viste attraverso gli occhi di una ragazzina. Attraverso gli occhi di una persona che ormai non è più una bambina e che non è ancora una donna. La volontà dichiarata è quella di uscire dalla retorica. Di non cadere nelle sabbie mobili della divisione tra bianco e nero, evitando di ricorrere a stilemi come quelli della donna oggetto, delle quote rosa o delle pari opportunità, per arrivare invece a toccare con mano le contraddizioni che viviamo. Che spesso bruciano e che pongono diversi interrogativi ai quali però è impossibile trovare una risposta univoca. La figura di Lolità è un riferimento grazie al quale la narrazione ha continua-mente una sponda letteraria in grado di fornire nuovi e più articolati elementi di riflessione. Lolita ci interroga sul ruolo dei genitori. Su quello dei coetanei. Su quello dell’educazione. Su quello della società in genere e dei suoi modelli. Lolita è per noi una tentazione e un monito assieme. È la voglia di giocare col fuoco e la paura di bruciarsi”. (Enrico Castellani e Valeria Raimondi)
settembre 12, 2013
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L'uomo nel diluvio



CSC San Bonaventura Bassano del Grappa 28.08.2013 “L’UOMO NEL DILUVIO” di e con Valerio Malorni. Chi è l’uomo nel diluvio?In principio era Noè. Oggi siamo Noi. Perché la parola emigrazione non è mai stata così in voga come ora. Sotto questo diluvio. Il progetto nasce dall’incontro con un’immagine di un libro per bambini, molto amato da mia figlia, la storia dell’arca di Noè. Nel libro vi è raffigurata la moglie del patriarca di fronte alla porta di casa, nell’atto di mangiarsi le unghie. Il marito, impegnato nella costruzione dell’arca, le ha dato il compito di scegliere e prendere tutto ciò che intende salvare dal diluvio, ma lei di fronte all’uscio di casa non entra, indugia, e si mangia le unghie. Di fronte al diluvio quotidiano che siamo chiamati a vivere, cerchiamo di costruire un’arca, in cui custodire ciò che ancora rimane, ciò che ancora sta. Qualcosa si è rotto, forse le acque, nell’anno 30 della mia vita. E ho cominciato a considerare l’idea di partire, di salvarmi, di salvare mia figlia. Mi sono chiuso in bagno a leggere e ho trovato un uomo che nell’anno 601 della sua vita scende da un’arca, per fondare una nuova vita, dopo il più grande diluvio della storia. Sono uscito dal bagno, allora, per cercare qualcuno a cui raccontare la storia del secondo patriarca; la storia di questa società; la storia di un uomo che ha bisogno di un’arca e ha solo un ombrello, la storia di un uomo che vuole partire, che non vuole dio.
settembre 07, 2013
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Be legend



CSC Garage Nardini Bassano del Grappa 31.08.2013
“BE LEGEND!”
Teatro Sotterraneo concept e regia Teatro Sotterraneo, in scena un/una bambino/a: Sara Bonaventura, Claudio Cirri, scrittura Daniele Villa, luci Marco Santambrogio, grafica Massimiliano Mati consulenza costumi Laura Dondoli. “Be legend!” fa parte di “Daimon Call 2013/2014”, percorso di ricerca sul tema della vocazione che si articolerà in diversi formati. Si tratta di un insieme composto da sottoinsiemi che indagano, smontano e vivisezionano la questione del daimon. ovvero del demone che abita ognuno di noi, l’immagine che ognuno è chiamato a realizzare in vita, il motivo per cui siamo nati: non una ragione per l’esistenza ma piuttosto la forma della nostra unicità. “Be legend!” è un progetto seriale, una docufiction a puntate che reinventa l’identikit infantile di alcuni personaggi storici o dell’immaginario divenuti icone leggendarie. Ogni episodio un nome, ogni città un bambino diverso che in ventiquattr’ore impara a incarnare una personalità eminente per come poteva essere a 10 anni: i gesti, l’ambiente, i giochi. Si cerca nel bambino le tracce del mito che tutti conoscono e gliele si mettono addosso, costruendo una sorta di profezia a ritroso.
settembre 07, 2013
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T.E.R.R.Y.



CSC Garage Nardini Bassano del Grappa 30.08.2013
“T.E.R.R.Y.”
Pathosformel Un progetto articolato, composto da tre esperimenti e uno spettacolo di Daniel Blanga Gubbay, Paola Villani con la collaborazione di Michele Bazzana (T.E.R.R.Y.) Lucia Ferroni (T.E.R.R.Y#2) e con Giuseppe Scibilia Mentre l’uomo prova a immaginare un altro mondo possibile, T.E.R.R.Y. si chiede se a questo di mondo potremmo mai rinunciare. Un progetto articolato, composto da tre esperimenti e uno spettacolo. Sul palco, abitato da 8 bambini, un’immagine inanimata e vegetale traccia le infinite sfumature di una tensione tra competizione e cooperazione. La precisione della scienza e l’incognita umana messe a confronto.
settembre 06, 2013
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Alice disambientata



CSC Garage Nardini Bassano del Grappa 28 Agosto 2013
“Alice disambientata”
 di e con Ilaria Dalle Donne.
Darsi per un po’ di tempo il nome di Alice aiuta a descrivere la situazione attuale: interrotta, sospesa, immutabile, senza prospettiva, fuori misura. Il Bianconiglio è morto e ora Alice è fuori controllo. Disambienta perché confonde, allontanata perché spaventa, divisa perché ferisce, arrabbiata perché fa arrabbiare... è salita sul Ring per affrontare il suo ultimo corpo a corpo: otto Round per una vita!
settembre 06, 2013
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