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Non ti vedo da vicino

Teatro Sette 13 Aprile 2018
NON TI VEDO DA VICINO
di Alessandra Merico
con: Enzo Casertano, Fabio Avaro, Danila Stalteri, Alessandra Merico
regia: Vanessa Gasbarrri
Un ironico e romantico Enzo Casertano interpreta Filippo, inventore di giochi e rompicapo, poco incline alle convenzioni sociali e amante del silenzio più assoluto, che si ritrova come vicina di casa Aurora, una buffa e simpatica Alessandra Merico, ragazza timida e impacciata che si sta preparando per un’importante esibizione al pianoforte. A separare le loro vite una sottile parete che non gli consente di vedersi, ma che li porta a condividere, loro malgrado, parte della loro vita privata. Se dapprima nessuno sembra più incompatibile, col passare dei giorni i due decidono di instaurare una relazione. Ma con un’unica regola: non vedersi mai. A complicare le cose ci si mette la guerra tra Anna, la giocosa ed irriverente Danila Stalteri, bella e spigliata sorella di Aurora e Armando, lo spassoso e spumeggiante Fabio Avaro, fidato amico e socio d’affari di Filippo che non hanno nessuna intenzione di sottostare a qualunque limitazione! Vanessa Gasbarri con leggerezza e poesia porta in scena una favola moderna, comica e romantica che si interroga sul difficile mondo dei rapporti umani spesso aggredito da paure e incomunicabilità. Ma in questa girandola frizzante forse è ancora possibile l’alchimia dell’amore.
20.4.18
 

Bad Lambs

Teatro Angelo Mai 28 Marzo 2018
BAD LAMBS
ideazione, coreografia e regia
Michela Lucenti
drammaturgia
Carlo Galiero
assistenza alla creazione Maurizio Camilli
assistenza alla coreografia Giulia Spattini
cinematografia Giorgina Pi/Bluemotion
danzatori
Maurizio Camilli, Giacomo Curti, Ambra Chiarello, Giuseppe Comuniello, Michela Lucenti, Aristide Rontini, Emilio Vacca, Natalia Vallebona, Simone Zambelli disegno luci Stefano Mazzanti
costumi Chiara Defant
una coproduzione Festival Oriente Occidente, Balletto Civile, Fondazione Luzzati Teatro della Tosse, FuoriLuogo/Centro Dialma Ruggiero
con il sostegno del MIBACT
La pietà uccide, indebolisce ulteriormente la nostra debolezza.
(Honoré de Balzac)
Torna, a distanza di tre edizioni a Oriente Occidente Balletto Civile, la compagnia guidata dalla coreografa e performer Michela Lucenti, con un nuovo lavoro, coprodotto dal festival, dal titolo curioso e ossimorico: Agnelli cattivi.
Una partitura fisica – secondo lo stile inconfondibile di Balletto Civile – per un nucleo allargato di interpreti: Badlambs unisce al nucleo stabile alcuni danzatori diversamente abili avviando nuovi processi e incontri. Da sempre la relazione è al centro della ricerca di Lucenti: “Sono convinta – spiega la coreografa – che il lavoro creativo attivato dalla relazione sia foriero di grandi sorprese. Ci permette di raggiungere obiettivi insperati nel superamento dei limiti di ciascun interprete. Un processo consapevole e cosciente da parte di tutti non per questo meno osato e forte per tendere a qualcosa di universale che il pubblico possa immediatamente comprendere. Essendo performers e artisti non creiamo alcun metodo terapeutico: per noi l’obiettivo è la scena, lo spettacolo. Questo ci spinge a dare molta importanza al processo. Ci piace raccontare delle storie con il corpo, tutto qui. Ma anche sapere che chi guarda possa sentirsi incluso in queste storie”.
Badlambs non esula da questa metodologia e l’immenso lavoro laboratoriale consiste proprio nel tentare di amalgamare corpi diversi per trovare un’armonia, un accordo che sia il comune denominatore di un viaggio nel presente. Ci inventiamo una storia. Cos’è un fantasma? E’ qualcosa che persiste nella misura in cui influenza le nostre azioni. I “bad lambs” hanno perso la parte migliore di loro in un incidente stradale. Non tutti se ne rendono conto, ma ognuno è incapace di dire addio al proprio fantasma. Eppure ci provano: sbattendo, perdendo l’equilibrio, tirandosi e spingendosi, spaccando porcellane, correndo, alla ricerca disperata di un posto da chiamare casa, che sia un armadio, una canzone neomelodica, una poesia, il passato.
Bad Lambs non è una bella favola che ammorbidisce una triste verità. Certo, indaga la grazia con cui un individuo accetta qualsiasi trasformazione o perdita. Si nutre di una dignità che non sta nella bella forma, ma negli sforzi che si fanno per inventarne una. Una volontà determina la differenza fra quello che è stato e quello che non è più, seleziona ciò che del passato può essere utile al presente, e se non trova nulla se lo inventa: autoconservazione. Non c’è provvidenza, le forme di umanità hanno tutte la stessa dignità ma nessuno si salva. Non c’è migliore o peggiore, paradiso e inferno sono due modi di chiamare l’eternità aventi la stessa struttura: come la storiografia e un racconto di finzione. Bad Lambs esplora ciò che possiamo fare quando abbiamo perso tutto: racconta la guerra che l’umanità affronta affinchè la morte diventi tragedia, il rumore musica, un movimento danza, una parola poesia, la vita una avventura.
Balletto Civile
20.4.18
 

AMLETO + DIE FORTINBRASMASCHINE

Teatro Vascello 15 Aprile 2018
AMLETO + DIE FORTINBRASMASCHINE
di e con Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e tecnica Max Mugnai
drammaturgia Roberto Latini, Barbara Weigel
regia Roberto Latini
movimenti di scena Marco Mencacci, Federico Lepri, Lorenzo Martinelli
organizzazione Nicole Arbelli
foto Fabio Lovino
produzione Fortebraccio Teatro
in collaborazione con L'arboreto - Teatro Dimora di Mondaino,
ATER Circuito Regionale Multidisciplinare – Teatro Comunale Laura Betti,
Fondazione Orizzonti d’Arte
con il contributo di MiBACT e Regione Emilia-Romagna
Amleto + Die Fortinbrasmaschine è la riscrittura di una riscrittura.
Alla fine degli anni ‘70 Heiner Müller componeva un testo che era liberamente ispirato all’Amleto di Shakespeare.
Oggi, tentiamo una scrittura scenica liberamente ispirata a Die Hamletmaschine di Heiner Müller.
Lo facciamo tornando a Shakespeare, ad Amleto, con gli occhi di Fortebraccio, con l’architettura di Müller, su un palcoscenico sospeso tra l’essere e il sembrare.
Intitoliamo a Fortebraccio il nostro sguardo sul contemporaneo, la caccia all’inquietudine nel fondo profondo del nostro centro, per riscriverci, in un momento fondamentale del nostro percorso.
Ci siamo permessi il lusso del confine e abbiamo prodotto da quel centro una deriva.
Una derivazione, forse; alla quale riferirci nel tempo, o che probabilmente è il frutto maturo di un tempo che già da tempo è il nostro spazio. Di Heiner Müller conserviamo la struttura, la divisione per capitoli o ambienti e componiamo un meccanismo, un dispositivo scenico, una giostrina su cui far salire tragedia e commedia insieme.
Die Hamletmaschine è modello e ispirazione: Album di Famiglia; L’Europa delle donne; Scherzo; Pest a Buda Battaglia per la Groenlandia; Nell’attesa selvaggia, Dentro la orribile armatura, Millenni.
Ci accostiamo alla potenza della sua intenzione trattandolo come un classico del nostro tempo.
La riflessione metateatrale e quindi culturale e quindi politica che ci ha sempre interessato, la capacità del teatro di rivolgersi a se stesso, alla sua funzione, alla sua natura, per potersi proporre in forme mutabili, mobili, è la voce dalla quale vorremmo parlare i nostri suoni.
L’Amleto è una tragedia di orfani, protagonisti e antagonisti di un tempo in cui i padri vengono a mancare. Anche Die Hamletmaschine, ormai, da figlio è diventato padre.
Questo ha a che fare con la nostra generazione, da Pasolini in poi, con la distanza che misura condizione e divenire, con il vuoto e la sua stessa sensazione.
Siamo Fortebraccio, figlio, straniero, estraneo e sopravvissuto e arrivando in scena quando il resto è silenzio, domandiamo: “Where is this sight?”

AMLETO UND DIE FORTINBRASMASCHINE
Barbara Weigel
Frequentare i personaggi della tragedia di Amleto necessariamente significa rifrequentarli. Sono i nostri mitici antenati, una sorta di miti-genoma della nostra cultura. Come tali, ogni volta che li rincontriamo, ci danno una nuova misura della distanza che intercorre tra loro e noi.
Frequentarli significa anche dover rivalutare ogni volta di nuovo questa distanza, interrogarci ogni volta su dove stiamo e chi siamo diventati - come per capire l’evoluzione della nostra civiltà e, nello specifico, della nostra cultura teatrale.
Heiner Müller, che ha chiamato il teatro “un istituto per la riparazione di classici in cattivo stato di marcia”, ha visto Hamlet e Ophelia come delle macchine-mito.
Ri-frequentandoli prima di noi, tra l’Est e l’Ovest di una Germania fine anni ‘70, Müller ha nutrito la loro energia mitica con la storia della sua epoca: cortocircuitando storia e mito, ha rimesso in moto la macchina Amleto.
Ha liberato i personaggi in un movimento poeticamente autonomo, li ha collocati oltre il testo di Shakespeare, in uno spazio visionario nel quale la loro tragedia poteva diventare ancora concreta e tangibilmente parte della nostra storia recente. Secondo Müller, questo tipo di operazione diventa necessaria fino al superamento della condizione umana dalla quale sorgono le tragedie di Shakespeare.
Noi quindi ci inseriamo nella serie delle evocazioni, trovando un Hamlet oggi consapevole della sua vita di palcoscenico - vita intrisa delle nostre storie di teatro - e ci interroghiamo su chi è, se, con Müller, non è più Hamlet, e su chi poi sarà.
Immaginiamo un Amleto che ha smesso di stare in riva al mare a parlare alle onde, con alle spalle le rovine d’Europa già percepite da Heiner Müller, mentre uno dei figli di Ecuba, Polidoro, vittima innocente anche lui di vendette nefaste, viene dal mare per approdare a quelle stesse coste.
Ci poniamo le domande che si poneva già Heiner Müller:
Che cos’è che ritorna?
Quali sono i fantasmi che vengono dal futuro?
Ciò che è morto, non è morto nella storia. Una funzione del dramma è l’evocazione dei morti - il dialogo con i morti non deve interrompersi fino a che non ci consegnano la parte di futuro che è stata sepolta con loro.
Heiner Müller, 1986*
20.4.18
 

Il Giornale dell'ultima infermità

Salone del Commendatore 6 Aprile 2018
IL GIORNALE DELL'ULTIMA INFERMITÀ DELLA S.M. PAPA INNOCENZO XI
di e con Renato Giordano
musiche
Vito Ranucci
Maria Elena Pepi
Mauro Tedesco
Rocco Federico Castellani
danzatori
Gennaro Siciliano
Tiziana Cardella
16.4.18
 

Benji

Teatro Tordinona 7 Aprile 2018
BENJI
Regia di Giorgia Filanti
con Paolo Camilli
Costumi: Carlo De Marino
Light Designer: Marco Di Campli
Sound Designer: Andrea Giulianelli
Aiuto regia: Sara Imperatore
Foto locandina: Elisabetta Nottola

Benji è la storia surreale di una persona "un po' strana" che, per sopravvivere alla mancanza di amore, crea un'amica immaginaria, violenta, ribelle, provocatoria, vitale.
La vicenda che prenderà forma in carne ed ossa sul palcoscenico presenterà per l'appunto Benji, un personaggio particolare che si confronta con sé e con la società e la cui relazione, la fame di affetti e la sete d'amore, lo rendono "misero" nell'animo; e per sopperire a queste carenze fa ricorso all'immaginazione. Benji ha una sensibilità acuta, spiccata e questa non viene affatto sottovalutata, ma esaltata! E in scena si tenta di spiegare il disagio psichico che il protagonista vive, trasformandolo in un match di pugilato metaforico tra sé e il suo alter-ego. Perché Benji non vuole gettare la spugna, ma cerca di reagire. E per riequilibrare questa bilancia-sbilanciata e destabilizzante, nate dal desiderio di affettività che si scontra frontalmente con l'aridità umana di chi lo circonda, il personaggio in scena cammina sul filo dell'immaginazione, proiettando nella sua vita un'amica che però risulta violenta e ribelle. Ed è qui che è racchiusa la chiave dello spettacolo: una serratura inceppata, che si cerca di forzare attraverso diversi tentativi creativi per aprire la porta sul mondo.
Chi è Benji secondo la regista?
Benji rappresenta il tema del disagio psichico che sfocia nel suo alter-ego violento.
E la regista che non condanna questo malessere che attanaglia il protagonista , impossessandosi dello stesso, decide di mostrarlo per ciò che è, con una sua identità.
Spiegando inoltre che scavando nel pozzo delle personalità umane si può tirare fuori la creatività e l'immaginazione come opzione di salvezza per l'uomo, per schiaffeggiare e risvegliare la società zombie. E anche la rabbia che generalmente non è comunemente approvata, ha in questa storia una sua peculiarità, che i “lettori” più attenti, percepiranno come una richiesta d'amore.
16.4.18
 

Il ritorno a casa

Teatro Tordinona 30 Marzo 2018
IL RITORNO A CASA
di Harold Pinter
con la traduzione di Alessandra Serra e la regia di Carlo Lizzani
con (in o.a.) Vittorio Caffè/Sam, Mario Ive/Max, Carlo Lizzani/Teddy, Valerio Ribeca/Joey, Marco Sicari/Lenny, Debora Troiani/Ruth
– movimenti coreografici Cristina Pensiero
– disegno luci Valerio Camelin
– costumi Ludovica Rosenfeld
– illustrazione Alberto Ruggieri e produzione Attori & Tecnici
La storia è semplice: c'è una famiglia. Come se fossero Orchi, tutti maschi. E la loro casa è come se fosse una tana. C'è il vecchio Orco, il capostipite. E poi i suoi due figli. Poi ce ne sarebbe un altro, quello nato per primo che tanto tempo fa, senza dire niente, se ne andò in America. Ora ritorna nella tana. Ritorna con la giovane moglie. Il branco fiuta la giovane ragazza, lei fiuta il branco, sempre più dappresso. Storia realistica e metafisica al tempo stesso. Tutto qua. Ah no, c'è un'altra cosa: il branco parla, secerne parole. Le parole sembra servino a comunicare. In realtà sono armi per conquistare il potere. Non per niente trattasi di Pinter!
10.4.18
 

Else

Teatro Biblioteca Quarticciolo 25 marzo 2018
ELSE
liberamente ispirato all’opera di Arthur Schnitzler La signorina Else sulla base della traduzione di Giuseppe Farese
di Nunzia Antonino e Carlo Bruni
con Nunzia Antonino
impianto scenico e regia Carlo Bruni
assistente alla regia Olga Mascolo | ricerca musicale Sergio Antonino | costumi Atelier 1900 | direzione tecnica Filippo Losacco | allestimento Sebastiano Cascione, Michelangelo Volpe | struttura Michele Barile | elementi di arredo MISIA | amministrazione Isa Pellegrino | foto di scena Patrizia Ricco
si ringraziano per la complicità Michelangelo Campanale, Pino Loconsole, Saverio Massari, Maria Pascale, Katia Scarimbolo una produzione La luna nel letto / Tra il dire e il fare con il sostegno di Teatro Rossini di Gioia del Colle | sistemaGaribaldi – Linea d’Onda in collaborazione con Fondazione Popolare contro l’Usura

Fondata sulla novella di Arthur Schnitzler, scritta come monologo interiore nel 1924 sotto le stesse influenze che avrebbero dato corpo alla psicanalisi di Freud, si è partiti dall’adolescente in vacanza e dal suo dramma alimentato da un debito del padre nei confronti di un laido signor Dorsday. Debito che lei è invitata a estinguere con “strumenti” ritenuti ormai comuni, perciò lontanissimi dal produrre scandalo, ma ancora oggi “perfettamente” in grado di alimentare le tragiche conseguenze svolte dal racconto.
La direzione di Antonino/Bruni è condizionata dall’anagrafe: Else non è la diciannovenne dell’originale, piuttosto lo è stata. Rimasta impigliata nella lettera che scatenò il dramma, è alle prese con lo stesso Veronal di allora: medicinale ormai però fuori moda; veleno inadeguato al ruolo e dunque anche inutile a domare il reiterato dolore.
Questa Else vive in un mondo sordo, immerso in una crisi culturale non dissimile da quella che ispirò Schnitzler: fonte di ossessioni, nel migliore dei casi in grado di condurre alla follia.
10.4.18
 

Rifrazioni

Teatro Argentina - Sala Squarzina 10 aprile 2018
presentazione del libro di ELIO PECORA
RIFRAZIONI
conversa con l’autore PAOLO DI PAOLO
leggono MARIA LETIZIA GORGA e NUCCIO SIANO
eseguono musiche PIERFRANCESCO AMBROGIO e SALVATORE ZAMPATARO

presentazione del libro ‘Rifrazioni’, il ventesimo libro di poesia di Elio Pecora ed è come un vasto poema cresciuto su se stesso assorbendo pensieri e figure, momenti di riflessione e frammenti di memoria.
Ne parla con l’autore Paolo di Paolo, che già tenne con Elio Pecora una serie di conversazioni pubblicate nel 2008 da Empiria.
Elio Pecora vive a Roma dal 1966. Ha pubblicato libri di poesia, di prosa, di saggistica, testi teatrali, poesie per l’infanzia. Ha curato antologie di poesia italiana contemporanea e raccolte di fiabe popolari. Ha collaborato a lungo per la critica letteraria a quotidiani, settimanali, riviste e ai programmi culturali della Rai. Dirige la rivista internazionale ‘Poeti e Poesia’. Sta curando una serie di incontri con i maggiori poeti italiani in programma al Teatro di Villa Torlonia.
4.4.18
 

Orphans

Teatro Eliseo 20 marzo 2018
ORPHANS
di Dennis Kelly
traduzione di Gianmaria Cervo e Francesco Salerno
regia di Tommaso Pitta
un progetto di Monica Nappo
scene e costumi Barbara Bessi
con Monica Nappo, Paolo Mazzarelli e Lino Musella
luci Mauro Marasà
coproduzione Marche Teatro – Teatro dell’Elfo
Un grande noir firmato Dennis Kelly, uno dei drammaturghi contemporanei più rappresentati.
In una tranquilla serata Helen e suo marito Danny stanno per iniziare una cena a lume di candela. Inaspettatamente irrompe nella loro casa Liam, fratello di Helen, coperto di sangue e in stato di shock, affermando di aver trovato sulla strada un ragazzo ferito e di averlo soccorso. Ma il resoconto di Liam sull’accaduto, sotto le insistenti domande di Helen e Danny, comincia a cambiare. In un crescendo di tensioni si fa avanti il sospetto che le cose non siano effettivamente andate come Liam le ha descritte la prima volta.
28.3.18
 

Lingua matrigna

TEATRO ARGOT STUDIO 24 MARZO 2018
COMPAGNIA DEL SOLE presenta
LINGUA MATRIGNA
tratto da “L’analfabeta” di Agota Kristof
progetto e regia Marinella Anaclerio
con Patrizia Labianca
organizzazione Tiziana Laurenza
comunicazione Antonella Carone e Daniele Pratolini
foto Patrizia Memeo
“...sono tornata analfabeta. Io che leggevo già a quattro anni... All’età di ventisette anni mi iscrivo ai corsi estivi dell’Università di Neuchàtel, per imparare a leggere”.
Agota Kristof
È notte, Agota è sola nella sua casa con un registratore e, come Krapp o come un medico legale durante un’autopsia, passa a setaccio la sua vita… o meglio la misura… nelle sue perdite e nelle sue conquiste. Assistiamo al suo tirar le somme sulla sua vita, la vita di una profuga che mai è riuscita a smettere di pensare di essere fuori luogo, fuori dal suo luogo.
Agota Kristof, una tra le più importanti ed amate scrittrici di lingua francese è nata in Ungheria nel 1935. Il padre è un insegnante, l’unico insegnante del suo piccolo paese. A 14 anni entra in collegio. Nel 1956 lascia clandestinamente l’Ungheria, costretta ad abbandonare la sua terra natale insieme al marito e figlia neonata, quando l’Armata rossa interviene in Ungheria per sedare le rivolte popolari. Nella fuga porta con sé solo due borse: una di pannolini e biberon e l’altra per i suoi vocabolari. Con la perdita della Madre Patria, si diventa orfani della Madre Lingua. “Come spiegargli, senza offenderlo, e con le poche parole che so di francese, che il suo bel paese non è altro che un Deserto, per noi rifugiati, un deserto che dobbiamo attraversare per giungere a quella che chiamiamo “integrazione”, “assimilazione”?
28.3.18
 

Theatrum Mundi Show

Teatro India, 21 marzo 2018
Theatrum Mundi Show
(…commodius vicius of recirculation..)
ideazione, selezione testi e regia Pippo Di Marca
con Pippo Di Marca, Anna Paola Vellaccio
Gianni De Feo, Fabio Pasquini
scene Luisa Taravella
visioni Salvatore Insana
sound Globster
luci Renato Barattucci
cura Giulia Basel
produzione Florian Metateatro
Theatrum Mundi Show è una lettura del mondo attraverso il teatro e la poesia. Una summa della parola poetica occidentale, da Cavalcanti ai giorni nostri, declinata e rivista alla luce delle pratiche e delle esperienze di letteratura e vita con cui Pippo Di Marca si è nutrito, nel tentativo di elaborare una risposta alla complessità di un theatrum mundi che ci sfugge e ci sollecita, tra passato e presente. “Lavoro su Joyce e sul Finnegans Wake dal 1981, da Violer d’Amoeres – spiega l’autore – dal Finnegans ora riparto, da questo sterminato poema dove la parola prova a rappresentare e reinventare tutte le lingue della storia d’occidente”. Uno spettacolo che si rivela un flusso di coscienza poetico lungo sette secoli in forma di viaggio-odissea cui partecipano, oltre Joyce, altri quaranta nocchieri, e poeti guest star (uno per ogni replica), la cui navigazione via via si trasforma in un caleidoscopico show per i più svariati porti.
25.3.18
 

Il primo bacio 2018


Teatro Tordinona 18 Marzo 2018
IL PRIMO BACIO
di Renato Giordano

diretto da Rossella Izzo
Con
Sonia Proietti, Lorenzo Esposito, Francesca Annichiarico, Erika Marconi, Giorgio Montaldo, Mauro Grasso, Giuditta Niccoli, Rebecca Monacelli, Fabrizio Maria Barbuto, Alessia Debaldi, Antoinette Podlesnaya, Alessandro Conte, Denise Buresta, Maria Antonietta Monacelli, Cristina Alby, Caterina Siano, Alessia Lamberti, Valentina Capuano, Mario D’Agostino, Camilla Parigi, Tamara Ta’any, Edoardo Senatori, Matteo Chitarrini, Raffaella Filosa, Lucrezia Marzo, Matteo Bompiani, Federico Campaiola, Luca Baldini, Angela Etiope, Tiziano Colabucci, Matteo Palmiero.
25.3.18
 

Cenere. Corale per le tabacchine

Teatro Centrale Preneste 10 Marzo 2018
Associazione "SALENTO: CHE FARE?"
presenta
"CENERE. CORALE PER LE TABACCHINE"
di e con: Marco Chiffi, Caterina Cosmai, Angela Elia, Beppe Fusillo, Maria Grazia Gioffrè, Leila Polimeno, Luigi Pontrelli, Antonella Sabetta, Irene Scardia, Carmen Tarantino
con la collaborazione artistica di Fabrizio Saccomanno
Un racconto corale nato da un laboratorio di scrittura e narrazione teatrale diretto dall’attore e pedagogo teatrale Fabrizio Saccomanno.
In scena voci e ombre di uomini e donne, tessere di un puzzle che si aggregano, una dopo l’altra, per restituire le vicende di lavoro e di vita delle operaie tabacchine del Salento.
Partendo dalla ricerca e dalla raccolta di testimonianze scritte e orali, vengono raccontate le dure condizioni lavorative, le lotte e in particolare lo sciopero generale tenuto per 28 giorni, tra gennaio e febbraio, nel 1961 a Tiggiano, un piccolo centro del Sud Salento, contro i licenziamenti e la chiusura del Magazzino, la locale fabbrica di tabacco. Tra le fonti utilizzate, un libro di Giovanni De Francesco, figlio di Vincenzo, tiggianese e sostenitore della battaglia delle tabacchine, per la conquista di migliori condizioni di vita e per l’emancipazione sociale delle lavoratrici. La lotta delle tabacchine di Tiggiano, che vide la mobilitazione dell’intera popolazione a sostegno delle 250 operaie, rappresentò un importante avvenimento storico, senza precedenti nella storia del paese.
Una storia di cui si riappropria il territorio in cui si è svolta, ma che appartiene a una storia più grande, e non conclusa, della lotta per i diritti e l’uguaglianza sociale delle donne e degli uomini di ogni epoca e provenienza.
16.3.18
 

Il Disincanto di Dulcinea

Il Disincanto di Dulcinea
16.3.18
 

Lontano nel tempo

Teatro Tordinona 4 Marzo 2018
LONTANO NEL TEMPO
(Tenco, quella sera a Sanremo)
di Renato Giordano

Commedia sulla Storia di Luigi Tenco e sul Festival di Sanremo 1967, sulle canzoni di quell’ Edizione , tutte suonate dal vivo, con una nuova votazione.
Un recital con musiche.

Il 26 Gennaio 1967 Luigi Tenco viene trovato morto nella stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. Ufficialmente si tratta di suicidio: ed un biglietto trovato lì spiega anche il perché. E’ una protesta contro la demenzialità della canzonetta italiana (“Io tu e le rose” di Orietta Berti scelta dalle giurie) e nel contempo un’accusa alla lobbies dei discografici (“La Rivoluzione” ripescata al posto di “Ciao amore ciao”). Da quel giorno nasce un mito, direi il nostro unico mito “Rock” ma paragonabile alle morti premature e violente di Jim Morrison, John Lennon, Jimi Hendrix per citarne solo alcuni e per restare nel campo musicale. “Chi muore giovane è caro agli Dei” si dice.
Certo è che una vita spezzata anzitempo in qualche modo può diventare un viatico verso una fama “immortale”.
Prima ho scritto “ufficialmente si tratta di suicidio”, perché in realtà, come è ormai discusso da anni , è probabile si tratti di omicidio.
Un suo (e mio) caro amico, P. D. , mi parlò tanti anni fa con convinzione di questa ipotesi e per molto tempo ho continuato a ripensarci e documentarmi senza però riuscire a capire chi e perché. Nel trentennale della sua morte scrissi la commedia “Lontano nel Tempo” che da un lato porta delle ipotesi, alcune allora nuovissime, sulla sua misteriosa fine, e da un altro racconta quello a cui tenevo di più: descrivere quello stato d’animo che si ha quando si sente fortemente qualcosa alla quale però non si riesce a dare una spiegazione razionale. Ma forse il problema è uno solo: il non sapere, il non riuscire a dire Addio!.
25 anni fa nell’andare in scena tagliai alcune parti vista la forte pressione mediatica sull’evento. Oggi che quasi tutte le mie supposizioni si sono dimostrate vere le ho inserite nella versione definitiva, con tutte le rivelazioni sul Caso.

LA PERFORMANCE-SPETTACOLO si divide in due parti.
Nella prima parte viene proposta la commedia di Renato Giordano “Lontano nel tempo” un Teatro Cronaca anche con video e filmati d’epoca. Nella commedia la storia degli ultimi Giorni di vita di Luigi Tenco al Festival di Sanremo vengono ricostruiti. Nella prima edizione teatrale (del 1995) dove dopo una serie di rivelazioni di Giordano , che ormai sono diventate negli anni di pubblico dominio, viste le tensioni e le posizioni prese da vari personaggi, non furono tratte delle conclusioni definitive (anche il fratello di Tenco , pur in accordo, all’ultimo momento chiese a Giordano di non esprimere il giudizio finale sull’omicidio) . Nella versione attuale si ipotizza anche l’identità del responsabile della morte di Tenco.

Il pubblico compilerà delle schede di votazione sulle canzoni in gara nell’edizione 1967, rifacendo la votazione che fu falsata dalle giurie di quel Festival. E nella parte finale la BAND (con tutto il pubblico) reinterpreterà interamente i Primi tre classificati di questa nuova VOTAZIONE.

UNO SPETTACOLO DI GIALLO- VERITA’ CON
MUSICA DAL VIVO E CON la PARTECIPAZIONE DEL PUBBLICO:
Una serata al Festival di Sanremo.
(Lontano nel Tempo) di e regia di Renato Giordano.
Con RENATO GIORDANO, Roberto Posse, Livia Cascarano.
Musica dal Vivo suonata dal Gruppo : JAZZ TRIO.
Alessandro Gwis (piano) , Luca Perozzi (basso), Marco Rovinelli (batteria).

Scene di Tommaso Bordone, produzione Beat 72.
9.3.18
 

Il circo invisibile

Teatro Tordinona 3 Marzo 2018

IL CIRCO INVISIBILE
di Angelo Orlando

regia Cristina Pedetta
con
Cristina Pedetta
Sandro Calabrese

Costruito con la struttura drammaturgica dell’atto unico, Il Circo Invisibile descrive la situazione in cui, un aspirante comico si ritrova in una sala, dove si tengono delle audizioni. Qui incontra il suo esaminatore che si trasforma ben presto, in una sorta di aguzzino della parola. Il rapporto di dipendenza che si crea tra i due personaggi è immediato e ciò che ne deriva, è un gioco scenico basato sul botta e risposta che innesca una sorta di danza della ragione attorno ai due poli della comicità: un comico e una spalla. Il filo musicale di un suono di fisarmonica fa da sottofondo: si sta allestendo uno spettacolo e le audizioni sono aperte. In una sorta di girandola di parole, appaiono i due poli opposti delle figure clownesche: il Bianco e l’Augusto, rappresentazioni di due figure psicologiche di due bambini interiori che giocano al gioco dello spettacolo più bello del mondo, tutto da scoprire.
9.3.18
 

IL gabbiano

Teatro Vascello 14 febbraio 2018
IL GABBIANO
di Anton Cechov
traduzione e adattamento Manuela Kustermann
Personaggi ed interpreti
Irina Arkadina Manuela Kustermann
Kostya Lorenzo Frediani
Sorin - Dorn Massimo Fedele
Nina Eleonora De Luca
Nina russa Anna Sozzani
Masha Sara Borsarelli
Trigorin Paolo Lorimer
Medvedenko - Dorn Maurizio Palladino
Musiche Lucio Battisti, Philip Glass, Meredith Monk, Michael Walton
Scene Giancarlo Nanni
costumi Manuela Kustermann
Luci Valerio Geroldi
direttore di scena Danilo Rosati
movimenti di scena Rocco Nasso
assistente regia Gaia Benassi
foto di Tommaso Le Pera
regia Giancarlo Nanni
ripresa da Manuela Kustermann
Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell'Attore - Teatro Vascello (Roma)

sinossi:
Lo sguardo ironico del grande autore russo sulla borghesia in villeggiatura sulle rive di un lago: i drammi e le tragedie accadono fuori scena.
Pur rappresentando uno spaccato sociale della borghesia russa di fine '800, Il Gabbiano, è un'opera di grande attualità, sia per l'intreccio tra natura, sentimenti umani e complessità dell'arte, sia per il conflitto generazionale tra i personaggi. La protagonista Irina Arkadina è un'attrice famosa, il suo amante Trigorin, un noto scrittore. Anche il figlio di Irina, Kostantin, aspira a diventare scrittore e Nina, la ragazza da lui amata (e che si innamorerà di Trigorin), sogna di fare l'attrice. Entrambi realizzeranno i loro sogni, ma pagandoli con l'infelicità. Insoddisfatti sono anche i "vecchi", cinicamente indifferenti ai problemi dei giovani, ma in realtà dominati dalla stessa voglia di vivere e di amare.
La compagnia La Fabbrica dell'Attore, fondata da Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann, per il suo 50° anno di attività, vuole ricordare la figura storica e incontrovertibile del suo fondatore, nonché regista di innumerevoli successi che hanno segnato la storia del teatro contemporaneo, definendo lo stesso, come "teatro immagine".
La ripresa di questo storico spettacolo, ci è sembrato tra gli ultimi diretti da Nanni il più completo e capace di raccontare e rappresentare al meglio la cifra stilistica e la poetica del nostro compianto amico e compagno di strada. Il Gabbiano di Cechov con la regia di Giancarlo Nanni, nasce da un lungo percorso, fatto di studio, laboratori, prove che la compagnia tutta fece tra il 1996 e il 1998. La versione che riproponiamo vede ancora il cast originale, di quel favoloso gruppo di lavoro che costituiva il nucleo centrale della compagnia La Fabbrica dell'Attore. Uniche eccezioni dalla sua versione originale di questa rimessa in scena, sono legate alle sostituzioni degli attori che interpretano Nina e Kostia, che per ragioni anagrafiche non possono essere le stesse di 20 anni fa. Manuela Kustermann che ne cura la rimessa in scena è la custode più attendibile del segno registico di Nanni, avrà il compito di far rivivere magicamente quell'atmosfera che Nanni seppe costruire insieme alla compagnia, proponendo lo spettacolo nella sua versione originale e fedele all'idea registica di Giancarlo Nanni, il disegno luci sarà curato da Valerio Geroldi che seppe interpretare al meglio la visione artistica di Nanni per questo Gabbiano.

Note di Regia
Da Il Gabbiano di Cechov tentiamo un volo immaginario verso la storia delle rappresentazioni cechoviane, dalla prima edizione di Stanislavskij attraverso le grandi regie del passato, sino al presente remoto di Visconti, Strehler e Peter Brook. Un laboratorio di immagini. Un tentativo di andare ancora più in profondità, liberando la scrittura cechoviana dal suo modello interpretativo.
Attraverso un meccanismo di rimandi, di improvvisazioni, di uso di tecnologie telematiche, elettroniche, vere e false, con passaggi improvvisi di tempo e di spazio, abbiamo cercato di comporre e scomporre questo affresco della vita umana, dove gli eccessi artistici e la loro caduta, i fallimenti, le angosce, gli stati sublimi della creazione si fondono, scontrandosi e omologandosi in una scrittura scenica senza schemi prefissi. Giancarlo Nanni
5.3.18
 

L'imperatore della sconfitta

Teatro Brancaccino 17 febbraio 2018
Teatro Out Off
L'IMPERATORE DELLA SCONFITTA
di Jan Fabre, traduzione Giuliana Manganelli
con Elena Arvigo e Caterina Gramaglia
scene Alessandro Di Cola
video Project Carolina Ielardi
luci Manuel Molinu
assistente alla regia Tullia Attinà
sound designer Marcello Rotondella
foto Manuela Giusto
produzione Teatro Out/Off
ufficio stampa e promozione LeStaffette
regia Elena Arvigo

Dedicato all'attore Marc Moon Van Overmeir, questo testo scritto da Jan Fabre ,uno degli artisti più estremi e visionari del nostro tempo, coreografo, regista e scrittore belga, da quarant'anni in prima linea in una ricerca visionaria, non è una storia, non ha un filo narrativo, né personaggi di cui raccontare, è piuttosto un flusso di coscienza, un viaggio e un rincorrersi di riflessioni, sull'essere umano e su un tema della "perdita".
Per Fabre, la sconfitta è azione, è momento di riscatto che, senza dimenticare mai menzogna e rifiuto, permette di proseguire. È punto di partenza e di arrivo che permette di sbagliare ancora. Come in un gioco di specchi, in una ripetizione continua, sbaglio dunque sono. La sconfitta è una condizione dell'esistenza. E la ripetizione genera l'arte. Come in una poesia ermetica, il monologo di Fabre semina tracce di un discorso impossibile che raggiunge e mette a nudo l'essenza di ogni essere umano. La sconfitta dunque è l'alveolo del riscatto ed esprime la possibilità di un nuovo inizio e prevede in sé i parametri di un'azione rivoluzionaria. La scalata di ogni uomo è verso il cielo per cercare un posto dove riporre il povero cuore. E in questo errare dell'anima forse spunteranno due ali per volare.

Note di Regia
Dopo aver letto questo testo una decina di anni fa ho cercato Jan Fabre e ho studiato con lui un laboratorio della Biennale di Venezia. Sono stata ad Anversa nella sua Factory e penso che Jan Fabre sia un artista da "seguire "sempre" per la carica vitale e il senso profondo della sua arte. In particolare "L'Imperatore della sconfitta" offre una riflessione straordinariamente originale sulla fragilità delle nostre identità e sul valore creativo del fallimento. Di questo testo e di Jan Fabre amo lo slancio verso il mondo con il cuore in mano "fuori dal corpo" e il suo essere sempre sfuggente a qualsiasi definizione .La sfida è quella di cercare di restare "perdenti" per poter ricominciare e di provocare questa perdita con vitalità. In amore e in guerra "vale" qualsiasi cosa. Il teatro è entrambe le cose insieme. Gli attori per Jan Fabre sono "guerrieri della bellezza". L'effetto che mi fece studiare con Jan Fabre fu più o meno questo. Una grande provocazione - intelligente e profondamente umana. Da quell'incontro nel 2011 è nato il desiderio di viaggiare dentro questo suo testo .L'impresa è complessa ma la domanda che mi fa rimanere curiosa di continuare è sempre la stessa "Perche no ?". L'Imperatore della sconfitta è l'uomo - l'attore che coglie ogni perdita come possibilità di ricominciare. E tra cadute e barcollamenti, provando e riprovando - all'imperatore della sconfitta - forse alla fine nasceranno due ali tra le spalle. Forse anche solo riuscire ad immaginarle - dice l'Imperatore - sarà parte di un nuovo viaggio.
2.3.18
 

CTRL ZETA alla Rotonda

CTRL ZETA
Vincitore del premio CROSSaward 2017, coproduzione CROSSaward 2017.

Performance di e con SERGIO GARAU e FRANCESCA GIRONI
Musiche di El Mar, Luca Losacco, Ludwig Berger
Video di Giacomo (Jack) Daverio, Giuseppe Garau

02 02 2018 Rotonda a Mare di Senigallia nell'ambito di SOTTO A CHI DANZA, AMAT

Performer attivi nelle scene dei poetry slam italiane e internazionali, Sergio Garau e Francesca Gironi s’incontrano per una performance di poesia ironica, amara, divertente, dirompente, danzante, video-musicale e iperconnessa.

L’interazione è possibile nell’adiacenza e nella prossimità, nello scambio e nella traduzione, nel dialogo e nell’inciampo.

Sergio esplora i luoghi vivi della scrittura quotidiana di chat, sms, aste online, videogiochi, agende elettroniche, gioca sulle fini e sui confini dell’ “io”, inteso come prima persona singolare, ma anche come “1 0” (uno, zero), due nel linguaggio binario, e dunque doppio, specchio che si duplica esponenzialmente, incorporando crisi identitarie collettive e coinvolgendo il pubblico a partecipare all’esecuzione capitale dei mondi evocati, a farsi da contraltare vocale, da cassa di risonanza, da co-autore.

Francesca scrive poesie dedicate all’Enel e all’amministratore di condominio. Confonde la polizza dell’assicurazione con un’invocazione, trasforma gli annunci di trenitalia in un discorso amoroso. La danza crea ulteriore ambiguità, espande e distorce il senso del testo. I gesti provengono dai segnali subacquei, dalle istruzioni degli assistenti di volo, dalla lingua dei segni, dall’alfabeto muto per una lingua dei gesti del tutto arbitraria che qua contraddice e confonde, là aggiunge ed enfatizza.
Per dire poesie con tutto il corpo.
23.2.18
 

Altri mondi bike tour

Teatro Tordinona 18 Febbraio 2018
ALTRI MONDI BIKE TOUR
idea e regia: Valerio Gatto Bonanni
scrittura collettiva e interpreti: Guido Bertorelli, Valerio Gatto Bonanni
Altri Mondi Bike Tour lo spettacolo teatrale che è già un evento mediatico continua a pedalare tra Torino, Padova, Crema, Frosinone, Passignano sul Trasimeno ed in molte scuole italiane. A Roma lo spettacolo della compagnia SemiVolanti fa tappa dal 13 al 18 febbraio al Teatro Tordinona (Roma centro), con una proposta riservata alla Capitale: chi porta in teatro una pianta con radici e ne illustra le proprietà avrà diritto ad un biglietto ridotto.
Lo spettacolo girovago già dal titolo, che ha vinto il premio SMart it up! 2017, ha già stabilito un primo percorso di Bike Tour con il Movimento della Decrescita Felice tra Roma e Napoli per la prima settimana di settembre 2018. Altri Mondi Bike Tour è un progetto nato con l'aiuto del crowdfunding di 145 sostenitori e il sostegno di Coop le mille e 1 notte, Leader Fox, Bierò e Il Ciclissimo con la convinzione che la tutela ambientale, la comicità, la divulgazione scientifica, l'arte e le buone pratiche di sostenibilità possano essere in verità, facce della stessa medaglia.
I ciclisti/teatranti con le loro scenografie fatte di bambù, popup, sculture aeree, e illustrazioni animate raccontano in maniera divertente le storie scientifiche di come si siano formate le galassie, dei miliardi di pianeti che esistono, con forme e chimica diversa dalla nostra. Della vita, di come è nata ed è arrivata sulla nostra Terra.
Altri Mondi Bike Tour cerca il lato sorprendente della natura per salvare l'uomo dal suo egocentrismo e dalla sua arroganza.
In questo Tour tutto da vivere incontreremo molte piante, le antichissime piante, che comunicano tra di loro, animali che usano il linguaggio, adoperano strumenti, che provano emozioni, che si curano con le erbe e che si inebriano con la frutta fermentata!
Altri Mondi Bike Tour è un cabaret scientifico, nato dallo studio di testi di neurobiologia vegetale, etologia comportamentale, astrobiologia e "sociologia dei batteri".
Lo stile scelto è volutamente leggero, fatto di battute, sketch, uso di oggetti insoliti evitando il nozionismo per rendere fruibile lo spettacolo a qualsiasi tipo di età.

Ad Energia Rinnovabile
Lo spettacolo viene portato in giro in due modalità a basso impatto energetico:
La prima, dove le scenografie e la tecnica viaggiano con un camper, mentre gli attori viaggiano in bici e con i prototipi di Mobile Green Power il pubblico pedala da fermo e fornisce l'energia per luci e fonica dello spettacolo. La seconda modalità invece comprime tutte le scenografie, costumi e luci, in borse e piccole scatole, così da farle viaggiare con i due attori in bici e in treno.

Il Bike Tour 2017
La banda di ciclicti/teatranti ha viaggiato nel Sud Italia (giugno 2017) e nel Centro Italia insieme al Movimento della Decrescita Felice (agosto 2017), pedalando per 800 km e realizzando 8 spettacoli e 3 presentazioni. Si sono fermati in quei luoghi che fanno buone pratiche con le energie rinnovabili e che hanno trovato la giusta armonia tra lavoro e cura del paesaggio ma anche dove le comunità si difendono da chi specula e inquina.
Tutta quest'impresa è stata compiuta in bicicletta poiché è la protagonista indiscussa di una rivoluzione sensibile che parte dalla mobilità e ci coinvolge in uno stile di vita sostenibile.

scenografie e luci: Marco Guarrera
illustrazioni: Guido Bertorelli
organizzazione: Camila Chiozza
ufficio stampa: Carla Romana Antolini
social media manager e crowdfunding: Amarilda Dhrami
produzione: SemiVolanti, Mobile Green Power, Spintime LabsArt e 143 sostenitori del crowdfunding su Produzioni dal Basso patrocinio: A Sud, Terra!, I Ciclonauti, Rebike, Salvaciclisti Roma, Movimento per la Decrescita Felice
media partner: Italia che Cambia, Comune-info
sponsor: Coop le mille e 1 notte, Leader Fox, Bierò, Il Ciclissimo
Vincitore del premio SMart it up!
22.2.18
 

Game over

Teatro Tordinona 17 Febbraio 2018
GAME OVER
Scritto, diretto e interpretato da SERGIO SAVASTANO e FEDERICO TORRE
con Bruno De Filippis, Gabriele Basile
Assistente alla regia: Andrea Fiorentino
"Game Over" tratta la storia di due killer, non più giovani, ormai assuefatti al loro lavoro. Due personaggi grigi, abituati a uccidere come una qualsiasi attività lavorativa. I due fanno parte di un'organizzazione che si occupa dell'eliminazione fisica di personaggi scomodi ai poteri forti del nostro paese. L'organizzazione, denominata "Loro" normalmente delega l'incarico omicida solo a un uomo, ma questa volta sono in due sulla scena del delitto. I due uomini attendono l'arrivo dell'ennesima vittima, ma questa volta il finale avrà un epilogo diverso dalle altre volte...
22.2.18
 

Anticotestamento

Teatro Tordinona 10 Febbraio 2018
C.T. Genesi Poetiche
presenta:
ANTICOTESTAMENTO
Ideazione, Testi, Drammaturgia e Regia: Gianluca Paolisso
Con: Daria Contento, Elèna Elizabeth Scaccia, Chiara Della Rossa, Ivano Conte
Tecnico Audio/Luci: Ettore Bianco
www.genesipoetiche.com

Anticotestamento è un progetto che nasce da una forte necessità: raccontare la guerra in atto, le sue conseguenze, ma soprattutto rendere carne viva la bellezza che risiede nelle pagine della Bibbia.
Anticotestamento è un tentativo di riscoperta delle nostre radici, ben consapevoli che solo queste potranno condurci ad un senso più profondo dell'umano.
Anticotestamento è uno spettacolo diviso in tre Capitoli, ispirati rispettivamente al Libro di Giuditta, al Cantico dei Cantici e ad alcuni Libri Profetici (Naum, Abacuc, Osea, Zaccaria).
Uniti in un contesto armonico vanno a raccontare un mondo che, conflitto dopo conflitto, si avvia sempre più verso l'anno zero, verso un punto di rottura certamente non indolore ma foriero di una possibile rinascita.
Capitolo Uno
GIUDITTA, ovvero le quattro stazioni di una guerra
Nabucodonosor, Re degli Assiri, domina il mondo e distrugge chiunque si ribelli al suo volere. Resiste solo la gente d'Israele.
Così il tiranno invia il Primo Generale Oloferne a deviare il corso delle sorgenti, certo che l'ultimo avamposto nemico crollerà.
Giuditta, nobildonna d'Israele, si impone sull'autorità dei Grandi Sacerdoti e giunta nell'accampamento assiro seduce e decapita Oloferne.
Nabucodonosor, privato del suo Generale, perde la guerra e Giuditta viene acclamata al pari di un'eroina dal suo popolo. Guerre di conquista, uomini assetati di potere, gesti di sangue e il nome della divinità a fior di labbra. Il tempo di Giuditta è così lontano dal nostro?
Capitolo Due
A-MORS, ovvero l'ultimo ballo
Può l'amore conoscere confini, vincere l'orrore del mondo e combattere la morte?
Queste le domande di una donna come tante, imprigionata perché ritenuta folle dalla sua gente: lei aspetta l'amato del suo cuore, anche se oramai la guerra lo ha portato via con sé.
Eppure la donna non si arrende, sfida le leggi del "già accaduto" e in una straziante dichiarazione d'amore corre verso il monte degli aromi, sotto l'albero di melograno, foriero di promesse mai mantenute, dove finalmente ballerà con lui e per lui, trasformando per un'ultima volta il suo corpo in dedica.
Nel Cantico dei Cantici si legge:
"Le grandi acque non possono spegnere l'amore,
né i fiumi travolgerlo".
Capitolo Tre
PROFETI, ovvero il canto dell'Apocalisse
Il tempo scorre inesorabile. Le lancette muovono rapide verso la fine del mondo. I ticchettii dell'orologio divengono ossessione nei timpani.
E' tempo che l'umanità ascolti per l'ultima volta i propri misfatti tra le macerie. E' tempo dell'ultimo grado di giudizio.
Dalla Prima alla Terza Guerra Mondiale si leva il canto, l'accusa, il rimpianto.
Eppure, a pochi passi dal baratro, la voce dei Profeti si leva potente, densa di illusioni e speranze: "Ascolta, umanità: chi sei? Qual è la tua Apocalisse?".
20.2.18
 

Gobbo a mattoni

Teatro Studio Uno 10 Febbraio 2018
Progetto RitrovArci
Spazio Teatrale Allincontro // ZTT - Zone a Traffico Teatrale
presentano
GOBBO A MATTONI
Soliloquio a 2 voci per cinquant'anni di cultura popolare
Di Riccardo Goretti
Con Riccardo Goretti e Massimo Bonechi
Regia Massimo Bonechi

" […] Che poi comunque "aspettare" l'è un conto… "aspettare qui nei' mi' circolino" l'è un attro conto. Vi torna? Qui mi sento a casa. Meglio che a casa! Non per nulla la chiamano "La casa dei popolo" no? Oddio, la chiamavano… ora si chiama… boh, come si chiama ora? Circolo. Eh, infatti. Ma prima l'era la Casa dei Popolo…[…]"
Goretti, detto in paese "Sindachino", è fermo al suo tavolo da briscola, al circolino, ad aspettare i suoi compagni di sempre:
"Krusciovve", il suo compare storico, due volte sindaco del paese (e da questo, per la loro assidua
frequentazione, deve il suo soprannome Goretti), passato da PCI a PDS a DS a PD a NONVOTANTE.
"Dumenuti", che da ragazzo faceva l'attore nel teatro e da vecchio s'è rovinato col videopoker.
"La Madonnina", Marigia Martinelli, che pare una madonnina in effetti, ma bestemmia come un camionista.
Ma stasera nella sala delle carte non viene nessuno.
Perchè domani il circolino, dopo 50 anni esatti d'onorata carriera, chiuderà per sempre. Son tutti di là, a festeggiare, a dare l'addio a quelle sale ingiallite dal tempo e dalle sigarette.
Il Sindachino non s'arrende. E aspetta. Facendo un solitario.
Nel suo schema di carte c'è un buco: da quel mazzo, che i 4 non hanno mai cambiato negli ultimi 15 anni, manca il gobbo a mattoni. Poco importa, basta saperlo, e riadattare le regole del gioco è un attimo. Ma il mazzo perdio non si cambia.
Così, mentre aspetta e gioca con quel mazzo mancamentato, il Sindachino racconta.
Racconta di sé (poco) e degli altri (tanto) e di cosa è accaduto in 50 anni dentro al circolino.
Finché Massimo il barista va ad avvertirlo che di là la festa è finita. Sono andati tutti via, e lui sta iniziando a sbaraccare, che domani si chiude, ma per davvero… e allora, come spesso accade nella vita, e noi neanche ce ne accorgiamo, non rimane che una cosa da dire. E una cosa da fare.
19.2.18
 

Quasi Grazia

Teatro India, 2 febbraio 2018
Quasi Grazia
di Marcello Fois
regia Veronica Cruciani
con Michela Murgia nel ruolo di Grazia Deledda
e Lia Careddu, Valentino Mannias, Marco Brinzi
scene e costumi Barbara Bessi
costumi di Michela Murgia, Patrizia Camba
drammaturgia sonora Francesco Medda -Arrogalla
produzione Sardegna Teatro

La mia idea, direi la mia ossessione, era che di questa donna, tanto importante per la cultura letteraria del nostro Paese, bisognasse rappresentare la carne. Come se fosse assolutamente necessario non fermarsi a una rievocazione "semplicemente" letteraria, quanto di una rappresentazione vivente. (Marcello Fois)
Con queste parole lo scrittore nuorese Marcello Fois evoca Quasi Grazia, il suo "romanzo in forma di teatro", in cui viene immortalata la figura di Grazia Deledda in momenti cruciali della sua biografia: dalla ventinovenne indocile, alle prese con la sua Nuoro di inizio Novecento, passando per il distacco - tra correnti emotive alternate - dalla Sardegna, fino a quando, autrice controversa e di grande successo, ottiene il premio Nobel per la letteratura, il primo conferito a una donna italiana.
Come suggerito da Fois, Michela Murgia interpreta il personaggio di Grazia Deledda e nella rappresentazione vivente orchestrata dalla regista Veronica Cruciani, questa sovrapposizione viene radicalizzata e portata ai massimi termini. Così Cruciani scandisce le sue scelte: "La presenza di Michela Murgia, per la prima volta in scena, non è casuale; sarda, scrittrice e attivista per i diritti delle donne, era ideale per generare un effetto doppelganger, in cui la sua figura di donna contemporanea e quella della ragazza sarda del '900 si richiamassero continuamente come in un controcanto". La forza del testo viene inoltre espressa e vivificata sulla scena dalla presenza di: Lia Careddu - anima storica del Teatro di Sardegna - nel ruolo della madre di Grazia, nonché Super Io severo; Marco Brinzi nei panni del devoto marito Palmiro Madesani e Valentino Mannias - Premio Hystrio alla vocazione 2015 - che snoda la sua interpretazione sui ruoli del fratello Andrea, di Ragnar, giornalista svedese e Stanislao, tecnico di radiologia.
La regista opera una scrittura scenica che indaga i diversi piani di rapporto tra realtà e atto creativo, restituendo una drammaturgia per quadri a partire dalla traccia del testo di Fois, su cui opera delle sezioni visionarie e immaginifiche, scaturite dall'incrocio con le novelle di Deledda, "tirando in campo tutto il suo immaginario onirico e portando una ventata di magia e di letteratura viva sulla scena"
L'operazione raccoglie una pluralità di talenti e assolve al compito politico di conferire voce a una scrittrice libera, controversa, emancipata - come rileva Michela Murgia: "È infatti evidente che Deledda per realizzare sé stessa abbia pagato, oltre ai sacrifici personali, anche un altissimo prezzo sociale: enorme su di lei la diffidenza radicale del mondo letterario italiano[…]La sua storia di determinazione personale è un paradigma non solo per le donne di tutti i tempi, ma per chiunque voglia realizzare un sogno partendo da una condizione di minorizzazione".
Constatata la necessità politica di fornire una genealogia femminile, composta dalle vite delle donne che hanno deviato dai percorsi imposti dall'egemonia maschile, Quasi Grazia raccoglie l'eredità della scrittrice sarda in una rappresentazione densa e originale, impreziosita inoltre dalle scene e dai costumi di Barbara Bessi, che riproducono e stilizzano uno spazio mentale, dalle sintesi sonore di Francesco Medda, in arte Arrogalla - che ha montato in chiave elettronica i suoni campionati dagli ambienti della Sardegna - e dal disegno luci composito di Loic François Hamelin e Gianni Staropoli.

Note di regia - Veronica Cruciani
Nessuno dei traguardi di parità di cui oggi godiamo sarebbe pensabile senza il coraggio di donne che, pur non facendo esplicitamente attività politica, con le proprie scelte di vita hanno saputo aprire strade di indipendenza per se stesse e per quelle che sarebbero venute.
Quando Grazia Deledda, nemmeno trentenne, nel 1900 lascia la Sardegna per inseguire il desiderio di diventare una scrittrice, forse non immagina di essere una di quelle donne, eppure il suo sogno d'arte e autonomia le chiederà un sacrificio che a nessun uomo sarebbe stato chiesto: lo strappo dalla propria terra e dalla propria famiglia.
Come regista mi interessava il valore politico della sua vicenda privata e per questo le scelte di regia in questo spettacolo, pur partendo dai tre momenti intimi della vita di Deledda raccontati da Marcello Fois, arrivano poi a indagare sia il rapporto tra donne e letteratura che la questione femminile contemporanea. Anche la presenza di Michela Murgia, per la prima volta in scena, è una scelta non casuale in questa direzione; sarda, scrittrice e attivista per i diritti delle donne, era ideale per generare un effetto doppelganger, in cui la sua figura di donna contemporanea e quella della ragazza sarda del '900 si richiamassero continuamente come in un controcanto. Insieme a lei e agli altri attori abbiamo affiancato alla drammaturgia di Marcello Fois una scrittura scenica parallela che ci permettesse di indagare i diversi piani del rapporto tra realtà e atto creativo, tra biografia e arte. Per questo in più momenti dello spettacolo vengono evocati in modo visionario anche i personaggi di alcuni racconti di Deledda, tirando in campo tutto il suo immaginario onirico e portando una ventata di magia e di letteratura viva sulla scena
19.2.18
 

Cloture de l'amour

Clouture de L'amour

Texte
Pascal Rambert

MIse en Scene
Sandro Mabellini

Jeu
Sandrine Laroche
Pietro Pizzuti

Production
Theatre de la Vie de Bruxelles
Réalise avec L'aide de la Federation Wallonie - Bruxelles - Direction du Theatre
9.2.18
 

E.sperimenti all'HOPERA

Teatro Cassia 4 FEBBRAIO 2018 Rassegna Gustati il Teatro

E.sperimenti all'HOPERA

gdo Dance Company
Coordinatore Team Coreografico: Federica Galimberti Coreografi: Mattia de Virgiliis, Francesco Di Luzio, Federica Galimberti Danzatori: Filippo Braco, Mattia de Virgiliis, Francesco Di Luzio, Andrea Ferrarini, Federica Galimberti, Eleonora Lippi, Stefano Otoyo, Silvia Pinna, Laura Ragni, Daniele Toti
Light Design: Angelo Cioci
Scenografie: Valentina Berrè e Angelo Cioci
Costumi: E.D.C.
Produzione: GDO info@esperimentidancecompany.com
www.esperimentidancecompany.com

"HOPERA" Poetico e coinvolgente viaggio onirico nelle arie e melodie celebri del Bel Canto italiano ed europeo, che con raffinatezza ed ironia, con poesia e sorrisi, vengono interpretate e riportate all'oggi per farne apprezzare grandezza ed immortalità. Un tocco delicato, un rispettoso approccio che riavvicina il pubblico a quella 'grande bellezza' grazie al gioco ironico e leggero di un linguaggio giovane, nuovo, contaminato, fruibile ma anche prezioso e di contenuto drammaturgico che riesce ad esaltare e dare forma alle arie di Verdi, Leoncavallo, Rossini, Handel, Mozart, autori prolifici di opere eccelse dalle melodie immortali che richiamano anni infuocati di storia e densi di avvenimenti, per creare un'opera unica, 'HOPERA', appunto. Uno humor sottile accompagna la leggerezza romantica e sentimentale dell'Opera trascinando lo spettatore in suggestioni impalpabili e paradossali, scaturendo sorriso e divertimento nella fruizione quasi inconsapevole di un patrimonio musicale di grande spessore, apparentemente desueto, ma in realtà attuale e fresco, se saputo leggere ed apprezzare.
6.2.18
 

Daskaffeehaus


Teatro Vascello 25 gennaio 2018

DAS KAFFEEHAUS.

La bottega del caffè
di Rainer Werner Fassbinder
da Carlo Goldoni
traduzione di Renato Giordano
regia e adattamento scenico di Veronica Cruciani
con la Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Filippo Borghi, Ester Galazzi, Andrea Germani, Lara Komar, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Maria Grazia Plos, Ivan Zerbinati (attore ospite)
e con Graziano Piazza
scene e costumi Barbara Bessi
drammaturgia sonora Riccardo Fazi
disegno luci Gianni Staropoli
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

La bottega del caffè, commedia in prosa in tre atti, appartiene al famoso nucleo delle sedici commedie nuove scritte da Goldoni (Venezia 1707 - Parigi 1793) per la stagione 1750-1751 del teatro S. Angelo. È un riuscito quadro che mette in luce alcuni aspetti negativi dell'essere umano quali la maldicenza, l'infedeltà e il vizio per il gioco. Il caffè gestito da Ridolfo è frequentato da Don Marzio, eterno maldicente. Sua vittima è Eugenio, un giovane mercante che ha perso enormi somme alla bisca gestita da Pandolfo, così come Vittoria, moglie di Eugenio, alla quale Don Marzio va a raccontare la frottola di una presunta relazione fra l'uomo e la ballerina Lisaura. Dopo una lunga serie di equivoci causati dalle sue maldicenze, Don Marzio viene smascherato e costretto dalle sue stesse vittime a lasciare Venezia. (Paolo Quazzolo)

Das Kaffeehaus è un'interessante riscrittura di Rainer Werner Fassbinder del goldoniano La bottega del caffè: la pièce, che il regista e autore teatrale e cinematografico tedesco mise in scena per la prima volta nel 1969 a Brema, riadatta la commedia che Goldoni scrisse nel 1750 senza tradirne i sottotesti. Com'è nelle corde di questo autore inquieto, maledetto e geniale, prevalgono le tinte fosche e lugubri, una crudeltà cinica che trova perfette assonanze nel nostro presente. A portare in scena il lavoro è la Compagnia del Teatro Stabile Stabile del Friuli Venezia Giulia, a cui si aggiunge Graziano Piazza, attore di esperienza e classe che negli anni Novanta ha preso parte a produzioni quali Medea, Intrigo e amore e il recente Il principe di Homburg. L'assieme sarà diretto da Veronica Cruciani, fra le punte di diamante di una generazione di registi italiani che sa indagare con molteplicità di linguaggi le luci e le ombre della contemporaneità.

"Nonostante si tratti di un'opera del 1969 - sostiene la regista - la società che ne viene descritta essenzialmente non è molto diversa da quella che viviamo oggi, per questo la mia intenzione è di ambientarla in una Venezia contemporanea. Ci sembra che i personaggi nell'essenza interiore somiglino a molti protagonisti delle feste mondane che si danno sulle terrazze o nelle case eleganti del nostro Paese, dove si ostentano denaro, bei vestiti e una finta cortesia per celare invece disperazione, solitudine, violenza, desiderio di potere e infine sopraffazione verso il prossimo".
In effetti, asciugando e rimodellando il plot goldoniano, Fassbinder accende i riflettori sul mondo di frequentatori della Kaffeehaus di Ridolfo, in cui un microcosmo d'individuisi incontra e parla: discorsi che s'incentrano soprattutto sul denaro. Soldi che si contano e si scambiano addirittura ossessivamente. Certo si tratta anche di ideali, passioni, amicizie, relazioni, fedeltà, rispettabilità… ma ecco, anche per questo - sembra volerci dire l'autore - alla fine si deve pagare. Spiega infatti Veronica Cruciani: "Il lavoro di regia saràcostruito in modo tale da sottolineare l'andamento drammaturgico del testo di Fassbinder: un graduale, lento, inesorabile smascheramento di una situazione che si rivela sempre più l'incontro/scontro di un gruppo di persone guidate dal desiderio del denaro e del potere". A sottolineare questa linea - riprendendo anche l'intuizione registica di Fassbinder nella sua versione televisiva - saranno tutti gli altri codici della messinscena, a partire dagli attori che resteranno in palcoscenico sempre, quasi fossero parte dell'essenziale scenografia e reciteranno in modo straniante, supportati da una musica inizialmente tradizionale e via via più elettronica e nuda.
4.2.18
 

Stecca, mutismo e rassegnazione

Teatro Tordinona 23 gennaio 2018
"Stecca, mutismo e rassegnazione"
Prima presentazione romana del nuovo libro di Marco Palladini

L'incontro-scontro tra un ragazzo di inquiete idee libertarie e "l'istituzione totale" dell'esercito italiano tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80
Presentano Carlo Bordini, Francesco Muzzioli, Giorgio Patrizi Letture dell'attore Giuseppe Alagna.
Un nuovo romanzo di Marco Palladini, l'ultimo suo libro in ordine di tempo "Stecca, mutismo e rassegnazione", edito alla fine del 2017 per Zona Contemporanea, è alla sua prima presentazione romana. Definita dall'autore nel sottotitolo "naja non tripudians", il libro descrive (soprattutto per chi all'epoca non era ancora nato) l'inferno banale e burocratico del servizio militare obbligatorio. Sullo sfondo quell'Italia del dopoguerra nella post rivoluzione degli anni '60 e '70, dei quali l'autore era stato protagonista, passata inconsapevolmente attraverso due tentativi di colpo di stato ma con ancora, al potere ed al suo interno, gli indenni ed ingiudicati uomini di Mussolini.
Un libro apparentemente semplice ma ricco di informazioni, che introduce attraverso una scrittura limpida, con gergalità accattivanti, mentre sul filo della narrazione compaiono introspezioni e note culturali appuntate a margine, come in un diario, che descrivono in sintesi un'epoca storica, musica, sport, atteggiamenti sociali, politica e mafie, piccole e grandi prepotenze del potere, amicizie, amori … Non vengono trascurati i piaceri e gli orrori di un viaggio nel Viaggio, in compagnia di personaggi tratteggiati impietosamente e con ironia, con i quali il contatto si fa ravvicinato ed ineludibile.
Michele Parravicini è il nome attraverso il quale l'autore agisce, per non parlare in prima persona di un percorso appunto obbligatorio, dal quale vuole prendere distanza, anche se il vero itinerario è alla scoperta di se stesso, con la presa in carico di nuove responsabilità quasi iniziatiche, nell'Italia spenta del reflusso. Quelle generazioni infatti, attraversarono negli anni tra il 1966 ed il 1977, una fase esplosiva e culturalmente fervida, seguita dagli anni di piombo, mentre l'Italia frantumata dei dialetti, era ancora vivace nelle caserme, al sud come al nord, ma serviva piuttosto a creare separazione e solitudine, una tenue difesa contro promiscuità violente e gerarchicamente scorrette.
Il libro descrive uno scioccante ritorno all'ordine imposto, falsamente rassicurante, per ragazzi, più o meno giovani che, come indica il titolo "Stecca, mutismo e rassegnazione", dovevano sopportare in silenzio angherie e scherzi crudeli, costretti anche a spostarsi in giro per l'Italia, cambiando spesso contesto, nel bene o nel male. Però l'ordine sociale nascondeva biechi privilegi, sprechi e ruberie, soprattutto ancora terrorismo, come successe drammaticamente la mattina del 2 agosto 1980, quando l'autore partiva da Termini per arrivare alla stazione di Bologna appena esplosa, in un bilancio terrificante di ottantacinque morti e oltre duecento feriti.
Un libro da leggere con calma meditativa, per seguire l'autore nel suo percorso labirintico ed osservare non solo l'espressionismo dei personaggi e degli avvenimenti storici, ma anche i paesaggi interiori che scaturiscono da lievi colpi di pennello: -Piaceva assai a Michele il ghetto ebraico di Venezia, come gli piaceva e gli piace il ghetto ebraico di Roma a bordo Tevere, perché gli pare che in essi ci sia il nucleo segreto, si annidi il cuore arcaico delle città, lì batte, pulsa il muscolo morale impastato di povertà, diffidenza e dignitosa resistenza che innerva il sottofondo sia della città lagunare, sia della capitale tiberina. In qualche modo lui lì si sentiva a suo agio, si sentiva a casa, forse perché uno scrittore è sempre un 'giudìo', un potenziale perseguitato, un soggetto visto con sospetto, un tipo pericoloso che vive al margine della società costituita. E la scrittura è, di per sé, un ghetto, un altrove, un luogo dove rifugiarsi o barricarsi per ripararsi dalle insidie e dalle mille malevolenze del mondo.

http://www.zonacontemporanea.it/steccamutismoerassegnazione.htm

Appuntamento martedì 23 gennaio 2018 ore 18.30 Teatro Tordinona, via degli Acquasparta 16. Presentano Carlo Bordini, Francesco Muzzioli, Giorgio Patrizi Letture dell'attore Giuseppe Alagna. Sarà presente l'autore.
2.2.18
 

Geppetto e Geppetto

Teatro India, 27 Gennaio 2018

Geppetto e Geppetto
scritto e diretto da Tindaro Granata

con Alessia Bellotto, Angelo Di Genio, Tindaro Granata
Carlo Guasconi, Paolo Li Volsi, Lucia Rea, Roberta Rosignoli
regista assistente Francesca Porrini
allestimento Margherita Baldoni
luci e suoni Cristiano Cramerotti
movimenti di scena Micaela Sapienza
foto di Patrizia Lanna
Coproduzione Teatro Stabile di Genova - Festival delle Colline Torinesi - Proxima Res
Si ringrazia la Rassegna Garofano Verde - XXII edizione Roma
Organizzazione Paola A. Binetti

Premio UBU 2016 a Tindaro Granata per Miglior progetto o Novità Drammaturgica
Premio Hystrio Twister 2017
Premio Nazionale Franco Enriquez 2017 - Città di Sirolo XIII ed. - "Teatro
Contemporaneo, sezione Autori, Registi, Attori"
Angelo Di Genio ha vinto il Premio ANCT 2016 per l'interpretazione del "figlio Matteo"
Geppetto e Geppetto è una storia inventata, partorita, dalla mia fantasia e dalle paure della gente che ho incontrato per strada, parlando di figli nati da omosessuali…
Ecco! C'è già l'inghippo, non posso iniziare così!
Se scrivo che questa storia è nata da Fantasia (femmina) e da Paure (femmine) può sembrare che il testo sia "di parte". Allora, diciamo che Geppetto e Geppetto è nato dalla mia fantasia e dai dubbi della gente che ho incontrato per strada, parlando di figli nati da omosessuali…
Ma c'è sempre il problema di una nascita da Fantasia (femmina) e da Dubbi (maschi), i dubbi potrebbero essere 2, 3 o addirittura 4… non oso pensarne più di 4! Sempre peggio. Cambio l'origine del concepimento: Geppetto e Geppetto è nato dal mio estro e dal desiderio di capire che la genteeeee…
Estro e Desiderio sono entrambi di genere maschile! Mammuzza mè (Mamma mia)!
È meglio che non si pensi ad un genere di racconto fatto di generi o di parti stabilite da registi, da autori, dalla società o dalla natura, no! Questa non è la storia universale di tutti i figli nati da coppie omosessuali. Non è la storia di una bandiera spinta dal vento del "pro" o da quello del "contro", chi se ne frega! Questa è la storia di un papà che vuole fare il papà e di un figlio che vuole fare il figlio: tra i due, all'apparenza, manca solo una mamma. È la storia di uno scontro tra due uomini, uno giovane e uno adulto, che cercano entrambi il riconoscimento di una paternità, che non può avere la stessa funzione che ha in una famiglia eterosessuale.
E' il desiderio di un Geppetto di farsi amare da un figlio che non è sangue del suo sangue, ma generato dal seme del proprio compagno.
E' il desiderio di un ragazzo di ritrovare una figura paterna, vissuta nell'assenza di una figura materna, che lo possa accompagnare nel mondo degli adulti senza il peso della mancanza.
È possibile che 1 Geppetto + 1 Geppetto possano fare = 1 figlio? Certo che è possibile, come è possibile che 1 Fatina + 1 Geppetto possano fare = 1 figlio! Anzi, sarebbe più facile, ma la storia avrebbe gli stessi problemi dei due Geppetti, se non ci fosse amore, l'importante in queste storie è l'amore per i figli; "se ci sarebbe più amore…" dicono i personaggi di questa storia.
Ecco, "se ci sarebbe più amore" è la storia di Geppetto e Geppetto.
2.2.18
 

Ma perché non dici mai niente?

Biblioteca Quarticciolo 12 gennaio 2018
Nerval Teatro
Ma perché non dici mai niente?
di Lucia Calamaro
con Elisa Pol
regia Maurizio Lupinelli
produzione Nerval Teatro; coproduzione Armunia - Festival Inequilibrio; con il sostegno di Regione Toscana - Settore Spettacolo; in collaborazione con Santarcangelo Festival, Spazio Zut!, Il Moderno, Akt-Zent internationales Theaterzentrum Anteprima Festival Primavera dei Teatri 2016 , Castovillari (CS); Debutto Festival Inequilibrio 2016, Castiglioncello (LI)

"Mary, la protagonista del nostro dramma, è una donna sola, la cui mente cade a pezzi, il cui marito partì non si sa né quando né per quale motivo. Rimasta sola, lei aspetta che torni. La sua mente è piena di voci, sprazzi del suo passato, confusi con soldati in punto di , sparizioni e qualche illuminazione abitano i suoi ultimi giorni. Difficile giudicarla, ma abbiamo per lei una simpatia spontanea, innata, come per tutti gli avulsi della letteratura e della società, che nella fuga dalla ragione e dalla vita hanno saputo offrirci atti cristallini d'amore per l'esistenza.12 e 13 gennaio, ore 21"
27.1.18
 

Wild West Show

Teatro degli Acerbi 11 Gennaio 2018
Wild West Show
testo di Fabio Fassio
con Massimo Barbero, Patrizia Camatel, Dario Cirelli, Fabio Fassio e Elena Romano
scene di Francesco Fassone
costumi di Roberta Vacchetta
luci di Marco Alfieri
consulenza musicale di Matteo Ravizza
regia video di Diego Diaz
foto di Piermario Adorno
regia di Elvira Frosini e Daniele Timpano

SINOSSI
Un gruppo di attori insegue il sogno di mettere in scena "l'ultimo mito dell'occidente imperialista e trionfante": il west. "…Il nostro West asciutto e scarno sarà la sublimazione ascetica di ogni possibile West! Riusciremo, alla fine, con niente, a dimostrare ancora una volta l'ontologica superiorità del qui e ora…"
Ma perchè? "Perchè gli americani rappresentano il mito, ma noi ce l'abbiamo dentro" (cit. Pierfrancesco Favino)
È la storia di un viaggio mitico, prima alla ricerca del west, tra attacchi alla diligenza, duelli, massacri e poi in fuga da Ringo, il pistolero dagli occhi di ghiaccio, una sorta di allucinazione di giustiziere che ammazza sempre gli innocenti. Inseguimento e fuga, carnefici e vittime, il destino di noi democratici.
La rincorsa al west si interompe bruscamente davanti a un cratere, nebbia, fumo, rimane soltanto la tomba di John Wayne e non resta da cercare che la propria identità incerta, forse meschina, senz'altro insufficiente. Il west non c'è più e noi non ci siamo ancora trovati…

NOTE DI REGIA
"Ma come cosa stiamo facendo? The Wild West Show! Un grande spettacolo sull'origine di tutto". Nel febbraio del 1890 giungeva in Italia, preceduto da enormi campagne pubblicitarie, con una carovana di 59 vagoni ferroviari, il più grande spettacolo cialtrone di tutti i tempi: il "Wild West Show" di William Frederick Cody, in arte Buffalo Bill.
Centinaia di comparse, artisti, cavalieri, nativi americani, bisonti, cavalli, supportati dai mezzi tecnici più all'avanguardia del mondo. Ed è subito West! Grandiosità, spettacolo, mito.
Un esercito di 5 uomini (se ci son donne non conta), mette in scena l'ultimo mito dell'Occidente imperialista e trionfante, quello americano. Il West.
Uno spettacolo sull'inevitabile presenza dell'immaginario western nelle nostre vite, nei nostri ricordi, nel quotidiano: in noi. Near West, il Vicino Occidente. O Here West, il qui, il noi siamo qui, il noi siamo Occidente (e loro presumibilmente Oriente). Una galoppata folle alla ricerca del west, all'inseguimento del mito, alla ricerca di una identità appiccicata addosso come una camicia di flanella sudata. Qualunque cosa può succedere da un momento all'altro, qui, nel West. Il West ci attende. Go west!

FOCUS
Il West come avevamo imparato ad amare, quello in cartapesta e celluloide, non esiste più. I cinque avventurieri sullo sfondo di una scena minimale (solo uno schermo fluorescente a evocare canyon e pianure) inseguono gli stereotipi del cinema western in un'illusoria saga a episodi narrata per inquadrature e si agitano forsennatamente con la fissità imperturbabile degli automi.
Le ombre rosse, gli assalti alle diligenze, i pony express, i bivacchi intorno al fuoco, le musiche di Morricone, i risvegli in prigione, i duelli, gli scalpi e il piombo caldo: sono tanti gli "incidenti" narrativi da cui questi sgangherati cowboy entrano ed escono senza sosta aprendo infiniti squarci sulla realtà di oggi.
"Ci hanno scippato i sogni! Ci hanno tolto il West!" lamentano i cinque (anti)eroi.
Ma chi l'ha rubato davvero? Chi ha preso la terra dove i sogni di ogni uomo diventano realtà? Se lo sono portati via i pregiudizi patologici, che l'hanno trasformato in quel territorio di nessuno sempre più simile al nostro presente, dove se ti difendi con la pistola dall'aggressione di un malvivente, o una particolare questione non risulta regolamentata da una delle migliaia di leggi in vigore, la metafora del far west fuori controllo è dietro l'angolo.
Il far west l'hanno rubato anche i luoghi comuni sedimentati nel tempo da quando gli italiani hanno cominciato a farsi ipnotizzare dal faccione bianco di John Wayne o dalla mira infallibile di Clint Eastwood: "il West è l'estetica della sporcizia", "i western sono tutti uguali, come le canzoni di Ligabue", "Bud Spencer mi ha rubato il Tempo delle mele". Valentina Crosetto, Scene Contemporanee
27.1.18
 

4.48 PSYCHOSIS

Teatro Palladium 19 Gennaio 2018

4.48 PSYCHOSIS
di Sarah Kane

"Sinfonia per voce sola"
di Enrico Frattaroli
con Mariateresa Pascale

Elaborazioni musicali da Gustav Mahler e P. J. Harvey
Voce soprano Patrizia Polia
Stagione teatrale 2017/18/19 … NEROLUCE

FLORIAN METATEATRO
www.enricofrattaroli.eu DEMO su YouTube: https://youtu.be/xeHCxOgjfwo

Sinfonia per voce sola è una messa in concerto dell'ultimo testo di Sarah Kane: la musica dei suoi versi in risonanza con la musica di Gustav Mahler e di P. J. Harvey. Sulla scena, protagonista è la poesia stessa, variegata nelle forme liriche, narrative, dialogiche, grafiche della sua scrittura, testualmente e scenicamente affidata alla voce sola di Mariateresa Pascale.

"Scriverlo mi ha uccisa" annota Sarah Kane sul biglietto allegato alla copia di 4.48 Psychosis lasciata in consegna a Mal Kenyon, la sua agente letteraria. Il suo ultimo dramma, perfezionato fino all'ultimo istante della sua vita, è anche il suo testamento poetico. Una scrittura che noi ereditiamo, un atto poetico assoluto di cui ci chiede di essere testimoni, spettatori, amanti:

Convalidatemi /Autenticatemi / Guardatemi / Amatemi
"Addio! Addio!" scrive Mahler sui pentagrammi vuoti delle pagine manoscritte dell'Adagissimo. Ventisette misure i cui pianissimo conducono la Nona Sinfonia alle soglie del silenzio e che qui si intonano con le parti più liriche del poema, mentre Rid of me, To bring you my love, The slow drug, le composizioni di P. J. Harvey - coeve alla scrittura drammaturgica di Sarah Kane e dal sapore decisamente rock - ne sostengono le invettive più aspre e graffianti. Una distanza che non ha escluso simmetriche intersezioni.
Non la musica soltanto è chiamata a fare parte della concertazione. Un flusso di immagini tratte dalla disposizione grafica del testo, o ad essa ispirate, si attengono al poema seguendo le variazioni agogico-dinamiche dell'intera partitura verbale e musicale. Sono diagnosi, numeri, sigle, geometrie e combinazioni di parole, ma anche cancellature, pagine gualcite, pellicole graffiate, coniugate di volta in volta con declinazioni postume, come in effigie, dello spazio scenico: sale da concerto devastate, stanze abbandonate, deserti di contenzione, fabbriche obsolete, teatri in rovina…
Le parti dialogiche del poema - le cui voci rinviano, implicitamente, alla stessa Kane e al suo psichiatra - hanno, paradossalmente, valore di tacet. Sono momenti in cui l'opera si sospende (la luce scompare, la musica cessa, le immagini dissolvono) ed il regista si rivolge, letteralmente, all'attrice, che al regista risponde. Ed è proprio per il loro valore di silenzio poetico che sono parte dell'opera teatrale, del concerto, della poesia, come bianchi di scena.
Dopo l'ultimo silenzio, citando Mallarmé: Nulla avrà avuto luogo / se non il luogo / eccetto / forse / una costellazione. Ovvero, per chiudere con le parole di Sarah Kane:
Guardare le stelle predire il passato e cambiare il mondo in un'eclissi d'argento

Enrico Frattaroli una produzione
NEROLUCE / FLORIAN METATEATRO
26.1.18
 

Controcanto

CONTROCANTO

Testo e regia Rossella Or
Con Rossella Or e Fabio Collepiccolo
13.1.18
 

Stretta sorveglianza

Teatro India Dicembre 2017 Serata Genet
STRETTA SORVEGLIANZA
A cura di Alessandro Averone
con: Luca Iervolino, Giovanni Longhin, Michele Maccaroni, Andrea Nicolini
4.1.18
 

Splendid's

Teatro India 22 Dicembre 2017 Serata Genet
SPLENDID’S
A cura di Gianluigi Fogacci
con: Marco De Gaudio, Vincenzo Giordano, Luca Iervolino, Giovanni Longhin, Michele Maccaroni, Domenico Macrì, Laurence Mazzoni, Andrea Nicolini
Musiche originali eseguite dal vivo da Andrea Nicolini
4.1.18
 
 
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