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La piccola commedia

Regia di Giulia Di Turi e Giovanni Deanna Con Giulia Di Turi e Giovanni Deanna Musica dal vivo (tastiere) di Gianluca Bucalo
13.5.15
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Senza trama e senza finale

Teatro Argot Studio 5 Maggio 2015
SENZA TRAMA E SENZA FINALE
studio dai Racconti di Anton Cechov
uno spettacolo di Macelleria Ettore_teatro al kg
testo e regia Carmen Giordano
con Claudia de Candia, Stefano Pietro Detassis, Maura Pettorusso e Angelo Romagnoli
La grandezza e l’immortalità della drammaturgia di Cechov consiste nella sua capacità di rinnovarsi continuamente: inoltrandosi nei meandri della sensibilità umana, indagando le dinamiche dei rapporti interpersonali e mettendo a nudo le dinamiche psicologiche tanto collettive quanto individuali, Cechov è uno di quegli artisti che continuano a parlare, a commuovere, a scuotere le coscienze anche a distanza di centinaia di anni. Tornare a Cechov non solo significa omaggiare un grande classico, ma soprattutto compiere un percorso di scoperta dell’anima umana che coincide con un viaggio tra le specificità spirituali dell’arte teatrale; per questa ragione, un attore o un regista non possono prescindere da Cechov per perfezionare la loro tecnica e comprendere a fondo il significato autentico dell’esperienza teatrale.
Questo l’hanno ben compreso i membri del gruppo Macelleria Ettore_teatro al kg, presieduto dalla regista Carmen Giordano, che hanno deciso di adottare Cechov come strumento laboratoriale, potemmo dire, che ha la finalità di sperimentare e perfezionare attraverso un percorso – a sua volta – cechoviano le peculiarità interpretative e artistiche in senso lato. Cechov diventa così il compagno di viaggio che consente di addentrarsi nel mondo teatrale, e il progetto che parte con la messa in scena di Senza trama e senza finale– al teatro Argot dal 5 al 7 maggio – troverà il suo culmine nella messa in scena, nel 2016, di uno dei capolavori dello scrittore russo, ovvero Il giardino dei ciliegi. L’idea di fondo è più che suggestiva, potremmo sostenere persino illuminante: si tratta di concepire il lavoro teatrale come un percorso, uno studio, una scoperta e non una sterile e immediata proposta recitativa.
È evidente in quest’opera, infatti, come i quattro attori coinvolti, i bravissimi Claudia de Candia, Stefano Pietro Detassis, Maura Pettorusso e Angelo Romagnoli, abbiano concepito Senza trama e senza finale come un’indagine su loro stessi, sul loro corpo, sulla loro gestualità e anche sulla loro emotività; i Racconti di Cechov in questo sono perfetti, perché, come attesta il titolo dello spettacolo, sono frammenti sparsi, parti che non trovano alcuna organicità finale, dove i fatti e gli eventi si rincorrono in assenza di un ordine che possa dare senso al tutto. D’altronde, si tratta della vita stessa, che non è mai risolta da teoremi o da spiegazioni esaustive: per questo lo spettatore si trova a inseguire sketch nei quali gli attori cambiano repentinamente identità, interrompendo delle situazioni caratterizzate da tutta la gamma degli stati d’animo e delle modalità di comportamento umani, per lasciare spazio ad altre. In questo movimento vorticoso, il disegno luci è calibrato e preciso, riesce a seguire lo sforzo intenso degli attori, ai quali la moltitudine di sfaccettature dell’universo narrativo cechoviano offre il materiale più utile, da un lato, per migliorarsi in quanto attori e, dall’altro lato, per scavare nel profondo della loro esistenza.
In tutto ciò, allora, il percorso cechoviano della compagnia segue un doppio binario, perché se si rivolge al pubblico così come è prerogativa del teatro (che senza un palco e un pubblico non esisterebbe), allo stesso tempo risulta evidente agli spettatori stessi come, tanto gli attori quanto gli altri membri dello staff, stiano usando il teatro per crescere attraverso di esso e scoprire loro stessi. A ben vedere però, non si tratta di un doppio binario, bensì di due facce della stessa medaglia.
12.5.15
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Bios

Teatro Tordinona 5 Maggio 2015
Compagnia Pietribiasi/Tedeschi
presenta
BIOS
regia: Cinzia Pietribiasi
con: Cinzia Pietribiasi e Pierluigi Tedeschi
testi: Pierluigi Tedeschi
elaborazione video: Cinzia Pietribiasi
foto di scena: Annarita Mantovani
Partendo dall'opera narrativa dello scrittore argentino Julio Cortázar, BIOS tenta l'esplorazione del "sentimento di non esserci del tutto". Attraversare i corpi, l'immagine dei corpi. Attraversare le parole, il segno, il suono.Ogni elemento rimanda e riverbera nell'altro. Si stratifica. Moltiplicando i piani della visione. Un uomo virtuale si sovrappone al corpo reale. Gioca quasi, ne diventa inattesa incarnazione e duplicità. Un sopra\sotto, davanti\dietro, questo\l'altro, inquieto e conturbante. La voce off propone "istruzioni per l'uso della giornata" distopiche: precise, dettagliate, senza via di scampo. Il suono è noise, rumore rosa, musica concreta, citazione: stratificazione di clusters. Dietro\oltre, un corpo femminile si vede appena, nello stupore di una "traslucenza" quasi fetale.
12.5.15
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HAMLETOPHELIA

Teatro Tordinona 24 aprile 2015
HAMLETOPHELIA
(s h a k e s p e a r e + m u l l e r )
drammaturgia e regia Luca Gaeta
con (in ordine di apparizione sul palco della vita)
Massimiliano Vado, Salvatore Rancatore, Federica Rosellini.
Live painting Alessandro Vitale.
Costumi Laura Di Marco.
Attraverso l’utilizzo dell’immagine simbolica più forte del teatro moderno, ossia la figura di Amleto, si realizza sulla scena il concetto di negazione del presente e rifugio nel giardino del ricordo, della difficoltà e della fuga dalle responsabilità.
Amleto, interpretato da Massimiliano Vado, resta un eterno bambino, relegato in un ovattatokindergarten, in cui oggetti, odori e sapori rievocano lo stato infantile che il protagonista non riesce a superare.
Ophelia circonda, accompagna e asseconda Amleto nella sua follia: bambola senz’anima destinata a un finale tragico. L’origine dei mali di Amleto si nasconde quindi nell’infanzia, dove un unico personaggio aveva accesso alla sua serenità, il buffone di corte Yorick: il giocattolo mancante che con una sorta di flash-foward dall’aldilà ci racconta l’esistenza ancora da compiere e i perché irrisolti del protagonista. La drammaturgia dello spettacolo, ispirata all’Hamlet di William Shakespeare e all’Hamletmachine di Heiner Muller, è contaminata dall’utilizzo di altre forme artistiche, la video-arte, la pittura e la musica, per esasperare il concetto di possibilità di scelta, e per rafforzare così la fuga da essa, e per moltiplicare l’effetto dell’isolamento sui protagonisti.
La stanza di Amleto è proprio come quella di un bambino: c’è la tv, la radio, il computer, i giocattoli…tutti strumenti accesi, tutti nello stesso momento, tutti inutilizzai, perché la noia ci invade già da piccoli, quando dobbiamo scegliere con cosa giocare, e allora consumiamo tutto in una bruciante Nausea.
La reiterazione del tempo che fu; la sindrome di Peter Pan come elemento che contraddistingue l’odierna generazione; non un viaggio nell’infanzia, ma più una fuga come regressione emotiva indotta dall’arte, un salto verso le fantasie e paure di un tempo ma con gli occhi del presente. L’uomo rinchiuso nel suo kindergarten, nel sogno infinito dell’infanzia dove tutto è scelto; nessuna scelta, nessuna responsabilità. La negazione del destino, che come un fantasma futuro, lo pone davanti alla crescita.
La distruzione dell’amore che lo richiama al cambiamento.
Il rifiuto della donna, innamorata o madre che sia, condannata per il peccato che è nel suo grembo; la vita. La follia nata dal deserto emotivo che porta alle estreme conseguenze, la morte. (Luca Gaeta)
4.5.15
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Black Reality – Aspettando, cercando…

TEATRO FURIO CAMILLO 25 Aprile 2015
Black Reality – Aspettando, cercando…
idea e regia di GIANLUCA RIGGI, VALERIO GATTO BONANNI
con Flavio Ciancio, Valerio Malorni Camilla Bertini, Flavio Ciancio, Valerio Malorni, Cristiana Vaccaro, Gladys Stephen, Mohamed Alimarouf, Shakhawat Hossain, Mohamed Kamara, Mabel Igbinedion Obasuyi, Simo El Idrissi, Adil El Gaadiri, Ishtiaq Khan
preparazione ritmica Alessio Brugiotti
aiuto regia e scene Federica Fiorenza e Francisco Garcia
luci Rocco Giordano
grafica Bruno Valente
ufficio Stampa Bendetta Cappon
in collaborazione con Provincia di Roma – Arci Malafronte
produzione TEATRO FURIO CAMILLO, SEMIVOLANTI, Fondazione RomaEuropa
Cinismo, sarcasmo, sberleffo spesso sono usati dal teatro come strumenti per decifrare la realtà, anche le più dolorose e inquietanti: è il caso di Black Reality, ciclo di spettacoli dedicato ai migranti e inventato da Valerio Gatto Bonanni e Gianluca Riggi, che con Black Reality. Aspettando, cercando… giunge alla sua seconda edizione.
La prima edizione di Black Reality (2012) puntava la sua attenzione sul viaggio e le sue aspettative. Quest’anno invece indagherà l’attesa, vista come condizione straniante; l’attesa per il migrante diviene uno stato esistenziale che stravolge le relazioni e la visione del mondo come ha descritto Beckett, una terra di nessuno che mina l’identità del migrante poiché lo tiene sospeso nella non-azione, nell’incapacità di costruire rapporti stabili sull’avvenire, rendendolo instabile come sono spesso le nostre esistenze.
Per il migrante è la condizione straniante di chi sempre aspetta: un permesso di soggiorno, un lavoro, un tetto, un foglio di via, il lavoro, una banalissima telefonata o il temutissimo rimpatrio coatto. Un’incertezza generatrice di un pensiero corto, di vite dipendenti da quel che accade o potrebbe accadere, dove memoria, desiderio, futuro, perdono significato.
Per dare carne e sangue a questa idea Black Reality porta sul palcoscenico un gruppo di migranti, coagulato in un anno di laboratorio teatrale, con spunti e testi liberati in una scrittura scenica creata sul vissuto.
Uno spettacolo condotto con humour nero, con l’obiettivo di scrostare la realtà dai luoghi comuni, metterli alla berlina, anche attraverso i mezzi della satira e dell’avanspettacolo, irridere senza troppi complimenti la pretesa di tanti spettatori di sentirsi con la coscienza a posto. Il gioco di Black Reality continua. Aver scelto di rimanere in un paese straniero può rivelarsi molto crudele!
4.5.15
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Don Quijote

Teatro Vascello 22 aprile 2015
 AcT_Cie Twain physical dance theatre
DON QUIJOTE
coreografia e regia Loris Petrillo
consulenza musicale Pino Basile
musiche Pino Basile, aa vv
consulenza drammaturgica Massimiliano Burini
interpreti Nicola Simone Cisternino, Yoris Petrillo, Giacomo Severini Bonazelli
disegno luci Loris Petrillo
con il contributo di OFFicinaTwaIN_Centro Promozione Culturale_Regione Lazio
con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo
Quella di Don Quijote è una follia sana. Spinta da un impulso interiore che ne deforma la realtà, tanta è la voglia di cambiarla. Il "folle" cavaliere ci mostra il problema di fondo dell'esistenza, cioè la delusione che l'uomo subisce di fronte alla realtà, la quale annulla l'immaginazione, le proprie aspettative, la realizzazione di un progetto di esistenza con cui l'uomo si identifica. Non è quindi difficile immaginarci come lui, oggi. Eterni cavalieri che combattono quotidianamente con i mulini a vento di una società decadente. Il Don Quijote contemporaneo è un uomo che viene illuso, deluso, ingannato e si trasforma da sognatore ironico e spensierato in un personaggio tragico, che prima di dichiararsi risanato e pentito, e dunque vinto, sul letto di morte, esclama: io sono nato per vivere morendo".
"Non muoia, signor padrone, non muoia. Accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall'avvilimento..." E' a queste parole, quelle che Sancho Panza rivolge al suo cavaliere errante in fin di vita, che Loris Petrillo si ispira per affrontare il suo nuovo lavoro coreografico. Un inno alla resistenza, al coraggio, un invito a rimettersi in piedi per combattere la delusione che si subisce di fronte alla realtà. Oggi come centinaia di anni fa, l'uomo si ritrova a subire una visione crudele della realtà che non ha spazio per l'immaginazione, la fantasia, le aspettative, la realizzazione di un progetto di esistenza con cui identificarsi. Da sempre l'uomo è stato costretto dalle vicende della vita a ripetuti compromessi, a sconfitte, a tristezze, ma con un pizzico di idealismo ogni folle potrebbe essere più savio di quanto si possa credere e scoprire, contro ogni apparenza, la vera essenza dell'esistenza. Con la sua sete di giustizia, il Don Quijote di Loris Petrillo, è quel qualsiasi ma non qualunquista uomo che non teme di essere sconfitto e che anzi cerca il continuo confronto come fonte di conoscenza, quell'uomo che non si stanca di combattere, che se cade non ha timore a rialzarsi e più forte di prima, quell'uomo che crede fortemente nei grandi ideali e si batte contro gli pseudo-principi privi di ragione, quell'uomo disposto ad affrontare il lungo viaggio della ricerca del proprio io per perdersi tra i labirinti del mondo. Attraverso il carattere e la personalità dei personaggi del capolavoro seicentesco di Cervantes, Don Quijote, Sancho Panza e Ronzinante, lo spettacolo affronta i temi più profondi dell'esistenza dell'uomo ma senza tralasciare gli aspetti più grotteschi ed esilaranti degli stessi che per fortuna pure gli appartengono. Lo stesso spettacolo, ora più simile ad una parodia ora ad un elaborato di più complesso spessore, è proprio per questo, soprattutto un viaggio simbolico nei meandri dell'esistenza.
4.5.15
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Sweet Home Europa

Teatro India 23 aprile 2015
Sweet Home Europa
Una genesi. Un esodo. Generazioni
di Davide Carnevali | regia Fabrizio Arcuri
con Matteo Angius, Francesca Mazza
Michele di Mauro
musiche composte e eseguite dal vivo
Davide Arneodo, Luca Bergia (Marlene Kuntz) + Nico Note
ideazione progetto scenico Andrea Simonetti
sculture sceniche esplosive
Riccardo Dondana (3tolo) e Enrico Gaido
assistente alla regia Francesca Zerilli
Quello che accade qui, accade nello stesso paese, in epoche differenti.
Oppure in paesi differenti, nella stessa epoca.
In fondo non importa nemmeno dove e quando accada.
Per questo non è necessario stabilire né una topologia, né una cronologia degli eventi.
Tanto la storia universale tende a ripetersi.
Sovrapponendosi alle storie personali, che si tramandano di generazione in generazione.
Per sempre.
Oppure fino alla loro scomparsa.
Dopo le divisioni del secolo XX, nel vecchio continente il grande progetto politico del secolo XXI è quello di costruire la Grande Casa Europea. In un discorso davanti al Consiglio d’Europa, il 5 ottobre 1998, Michail Gorbaciov auspicava “un ampio spazio di cooperazione in cui tutti si sentiranno a proprio agio, come se si trovassero nella propria casa”. L’immagine della casa è ripresa anche da Benedetto XVI in un discorso davanti al rappresentante della Commissione delle Comunità Europee presso la Santa Sede, del 19 ottobre 2009, in cui parlava di un territorio che è “più di un continente, una ‘casa spirituale’”, rivendicando le radici cristiane dell’Europa.
“SWEET HOME EUROPA è un testo sul problema dell’integrazione. Sulla possibilità e la capacità di accettare l’estraneo, lo straniero, l’altro. Un Uomo, una Donna e Altri uomini sono i protagonisti di differenti storie particolari e allo stesso tempo di una stessa storia collettiva – quella di una famiglia, di un popolo, dell’umanità intera – che, nel continuo incontro e scontro tra civiltà, sembra ripetersi in eterno. Sull’Altro uomo ricade il peso delle generazioni precedenti e di quelle successive, il peso di una tradizione secondo la quale chi non può vivere nella propria terra ne cerca un’altra in cui fondare una casa e una famiglia, per un nuovo posto in una nuova società. L’Uomo che nella propria comunità occupa invece una posizione di potere – politico, economico, culturale – farà di tutto per mantenere il privilegio di cui gode ed esercitarlo a suo vantaggio, a discapito del debole. La Donna, dal canto suo, cercherà sempre il suo ruolo in una società occidentale che, mentre critica quella orientale, tarda ancora a riconoscere la reale parità tra i sessi. A quasi vent’anni dalla nascita della UE, la Grande Casa Europea è un “cantiere ancora aperto”, come lo definiva Gorbaciov. Ma in che direzione stanno andando i lavori? Stiamo costruendo uno spazio privilegiato per la garanzia dei diritti umani, o stiamo solo recintando una proprietà privata per vietarne l’accesso a chi non è desiderato? Questa Casa sarà una casa accogliente? A chi sarà davvero disposta ad aprire le sue porte?”
(Davide Carnevali)
4.5.15
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#Tessuto

Teatro Due 29 aprile 2015
#TESSUTO
da un’idea di Daniela Scarpari
scritto da Alessandra De Luca
con Daniela Scarpari
Cascina Barà – Capannoli (PI)
Teresina è un’immigrata scomparsa misteriosamente. Mia, sua figlia, non conosce le sue origini, ha bisogno di costruire un nesso fra la persona che è ed il suo passato. Con questo spirito affronta un lungo viaggio per cercarla, ma ciò che trova è il diario di tessuto incompleto iniziato da sua madre insieme ad una casa vuota. Emigrazione, maternità, clandestinità e lavoro sono i protagonisti di uno spettacolo giocato su un rivoluzionario dialogo tra diverse esperienze artistiche: musica, diario di tessuto e disegno digitale.
4.5.15
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On the revolutionary road

Teatro Cometa Off 12 APRILE 2015
ON THE REVOLUTIONARY ROAD
Con Elisa Menchicchi e Giulio Forges Davanzati
Disegno luci: Diego Labonia
Costumi: Morena Fanny Raimondo
Regia e Drammaturgia di Samuele Chiovoloni
“On the Revolutionary Road” è una produzione dell'associazione culturale “Carmentalia” nata dalla penna diSamuele Chiovoloni, Teatro di Sacco Perugia ed autore radiofonico classe ’87, e si avvale dell’interpretazione diElisa Menchicchi (attrice romana, già in compagnia con ricci/forte dal 2010 al 2014 e diretta da registi quali Valentino Villa, Alfonso Santagata, Giancarlo Fares) Giulio Forges Davanzati (diplomato presso L'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico e protagonista di tournée accanto a, tra gli altri, Giuliana De Sio, Michele Placido e diretto al cinema da nomi quali Ettore Scola, Maurizio Ponzi, Nicola Deorsola).
Il romanzo Revolutionary Road di Richard Yates è il riferimento e soggetto dello spettacolo. Nel 1961 questo capolavoro della letteratura, indiscusso modello per il realismo americano, ma ammiratissimo anche da tutta la corrente post-moderna ed ultra-contemporanea, non incassò tuttavia né gran successo né alcun riconoscimento o premio. Come e forse persino più del Salinger degli esordi visse un rapporto con l’editoria abbastanza contrastante, giudicato “cervellotico”, “uno scrittore per scrittori”.
Una rilettura critica attenta, successiva alla morte di Yates occorsa nel 1992, ha definitivamente riconosciuto il coefficiente letterario e poetico e la riconoscibilissima cifra stilistica della sua opera, Revolutionary Road in primis sceneggiato per il cinema (nel 2008) da Justin Haythe per la regia di Sam Mendes e l’interpretazione di Leonardo di Caprio, Kate Winslet, Micheal Shannon, Kathy Bates e Zoe Kazan. “On the Revolutionary Road” è una riduzione per due attori che esplora le latitudini oscure della vita sentimentale e domestica dei due protagonisti, April e Frank Wheeler (“i giovani Wheleer di Revolutionary Road o i giovani rivoluzionari di Wheeler Road”) correndo sulla linea tesa fra aspettative reciproche e insoddisfazione personale. Sullo sfondo la rampante società americana reduce dalla vittoria della seconda guerra mondiale, definitivamente al vertice del mondo ben lungi dal discutere il proprio equilibrio interno, fiera della propria ottusità e mezza annegata nell’ondata di alcool post-proibizionista.
I due interpreti si trasformano scenicamente in ciò che occorre a rendere la profondità del quadro, il provincialismo dell’ambiente lavorativo, la civetteria del vicinato e il rapporto simbiotico con un “altrove” più autentico verso il quale correre incontro pur di sfuggire al “vuoto disperato”. Lo spettacolo ha una durata di circa 80 minuti, il disegno luci è a cura di Diego Labonia e i costumi sono firmati da Morena Fanny Raimondo.
27.4.15
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sleepelevation

CARROZZERIE N.O.T 18 Aprile 2015
sleepelevation
regia, coreografia, scenografia e costumi Mariella Celia
interprete Mariella Celia
occhio esterno Giorgio Rossi
arrangiamenti e post produzione musicale Alessio Rosi, Casa Ohm
disegno luci Stefano Pirandello
produzione Sosta Palmizi
con il sostegno di Electa Creative Arts, La Scatola dell’Arte
Sleep Elevation trae ispirazione dal SOGNO LUCIDO, O SOGNO COSCIENTE, in cui si sogna consapevoli di stare sognando. Si è allo stesso tempo attori e spettatori del proprio sogno, manifestazione dei moti inconsci, in questo caso delle proprie insicurezze, dei limiti che abbiamo e di quelli che ci imponiamo. In questo tipo di sogno possiamo in qualche modo “manovrare” i nostri comportamenti, le nostre azioni e reazioni. Vediamo chiaramente cosa ci caratterizza, prendiamo consapevolezza e sperimentiamo, decidendolo, nuove strategie di azione/reazione per attuare un cambiamento.
Sleep Elevation è un sogno lucido al confine tra comico e drammatico, tra teatro e danza. Protagonista una donna rinchiusa nel suo piccolo mondo, la sua camera. E’ in vestaglia, in attesa di una telefonata… lei e i suoi assordanti pensieri e… il suo cellulare.
Poi l’armadio, il luogo dove la donna guarda in faccia tutte le sue insicurezze. Lì veste due personalità differenti. le due donne che forse LUI vorrebbe volere e va a cena con i “propri mostri”, per liberarsene. Non sfuggendo, ma accogliendo il nostro lato oscuro possiamo illuminarlo!
27.4.15
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Registi on the road

Teatro Argot Studio 20 Aprile 2015
REGISTI ON THE ROAD
Ideato e promosso da Alberto Oliva e Carolina De La Calle Casanova
CAE-CITTA’ DELL’ALTRA ECONOMIA//ARGOT STUDIO
Quarta Tappa: Roma #taregge
Nuovi modelli di produzione e sostegno culturale a confronto
organizzatore ARGOT STUDIO
E’ un’iniziativa ideata per approfondire in autonomia i problemi etici e produttivi del ruolo della regia in Italia. L’obiettivo dell’iniziativa è la scrittura di un elenco di proposte, il cosiddetto “lessico di futuro”: mozioni, richieste o sollecitazioni che vadano a modificare in maniera progettuale e costruttiva il ruolo etico, lavorativo, politico e contrattuale del regista e dell’operatore teatrale. Registi on the Road, raccogliendo le diverse istanze che si sono levate nei territori dove il progetto ha fatto tappa (Napoli, Trento, Inzago), intende come Registi tutti coloro che sono promotori, creatori, ideatori, direttori, programmatori ed infine registi di progetti teatrali, rassegne, attività culturali e teatrali. Siamo On the Road, quindi il progetto, così come la presente bozza, è in continuo cambiamento. Il cambiamento è dettato dagli incontri, dalla natura di essi e da come le diverse regioni affrontano i propri problemi legati al sistema teatrale, alla politica culturale del proprio territorio, al pubblico che vi assiste, e al portafoglio della propria comunità privata e pubblica. Il gruppo è in continua crescita e aggiornamento e trae forza dalla varietà delle tipologie presenti e attive, cui punta a dare voce con grande curiosità e senza giudizio. La volontà principale del Progetto Registi On the Road è quello di viaggiare attraverso i teatri e le città d’Italia per incontrare diversi registi e costruire insieme un lessico di futuro, strumento etico e politico di intervento concreto sulla realtà teatrale in cui ci muoviamo.
27.4.15
 

VIVA LA VIDA!

CARROZZERIE N.O.T 16 APRILE 2015
RedReading #9
VIVA LA VIDA!
pratiche di cambiamento per un’altra felicità
a partire dal libro LA FELICITA’ AL POTERE di Pepe Mujica a cura di Cristina Guarnieri e Massimo Sgroi (ed.EIR)
di e con Tamara Bartolini/Michele Baronio
e con la partecipazione di Sebastiano Forte
suono Paolo Panella
ospiti: Cristina Guarnieri (direttrice della casa editrice Editori Internazionali Riuniti), Giancarlo Ceraudo (fotografo), Fabrizio Boni (regista), Carlos Liscano (scrittore uruguayano)
pensieri sulla felicità al potere dei giovani adolescenti della compagnia | n.o.t
produzione Bartolini/Baronio e 369gradi in collaborazione con Carrozzerie n.o.t
Il RedReading #9 Viva la vida! procede con la riflessione lasciata aperta dal RedReading #8 Roma Ribelle. Abbiamo raccontato la città che attraverso i suoi luoghi di ribellione si fa metafora, sogno e visione, non solo di se stessa, ma di un intero paese. Ripartiamo da questa visione per immaginare un paese che abbia come obiettivo principale il diritto di tutti alla felicità. A guidarci è il libro La felicità al potere di Pepe Mujica. Quel “Pepe” guerrigliero tupamaro, arrestato e torturato durante la dittatura, presidente dell’Uruguay, coltivatore di fiori, che immagina la felicità e il tempo liberato, come presupposti di un buon governo. Raccontiamo la storia di Mujica, non per celebrare lui, ma perché ci fa riattraversare la storia dell’America Latina, quella terra visionaria, violenta e violentata, fatta di sentimenti contrastanti, dittature militari, sofferenze e ferite, che nonostante tutto continua ad essere uno dei più interessanti laboratori per la costruzione di nuove pratiche di cambiamento, esperimenti di autogoverno che ci raccontano qualcosa anche di noi e della città da cui siamo partiti. In questo viaggio ci facciamo accompagnare dal sogno di Cristina Guarnieri che ha curato il libro; dallo sguardo di Giancarlo Ceraudo che con le sue fotografie non ci fa perdere la memoria; dalla scrittura di Carlos Liscano che ha vissuto la ferita della dittatura sulla propria pelle e con la forza delle sue parole ci ricorda il valore della vita; da chi scappa sulla luna con il progetto Space Metropoliz di Fabrizio Boni e Giorgio De Finis per dare un’altra possibilità alla felicità. Lanciamo domande, pensieri, dubbi, sogni. Che cos’è il potere della felicità? Seguiamo le parole di Pepe che sono lanci in avanti, verso il futuro, a partire dalla singolarità di ciascuno: “Non chiedermi come vivo io, chiediti piuttosto come vivi tu. Non fare come me. Siamo diversi. La sobrietà che io ho scelto non è un paradigma, o un vanto, ma soltanto la via su cui io incontro la mia felicità. Tu prova a chiederti dove troverai la tua. Non conformarti. Osa seguire la tua strada. Osa godere della vita!” Viva la vida!
27.4.15
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